Walking Counseling Experience

Walking Counseling Experience

Non c’è nulla di meglio di una passeggiata nella natura per alleviare lo stress e ricaricare le energie.

Perché avviene?

Innanzitutto, si tratta di una questione ormonale: camminare infatti favorisce il rilascio di endorfine, gli ormoni che ci fanno sentire felici e rilassati, e riduce la produzione di cortisolo, ormone dello stress.

E’ importante sottolineare che tale produzione non è solo momentanea, infatti sembrerebbe che l’abitudine alla camminata aiuti il cervello a rigenerarsi e ad affrontare con meno carico di stress i problemi giorno dopo giorno.

In secondo luogo, durante la camminata il nostro cervello attiva dei “neuroni calmanti” che inibiscono l’effetto dei neuroni alla base di preoccupazioni e pensieri stressogeni, evitando così a queste cellule di diventare iperattive.

Una ricerca ha tuttavia dimostrato come vi sia differenza in questi meccanismi se la camminata avviene in un centro commerciale, in una strada affollata o in uno spazio verde. È in quest’ultimo caso infatti, che emergono gli effetti potenzianti della camminata.

Ritrovare il contatto con la natura significa lasciarsi pervadere dai suoi effetti benefici.

Vediamo i principali:

  • Riduzione dello stress
  • Miglioramento dell’umore
  • Chiarezza di pensiero
  • Riduzione dell’ansia
  • Profonda connessione con l’ambiente
  • Miglioramento della salute fisica

 

Nella natura il soggetto è meno stimolato e conseguentemente la mente riesce a liberarsi più facilmente, ma non è solo questo aspetto ad essere rilevante; la scienza, infatti, ci dimostra che gli alberi influiscono sul nostro benessere psico-fisico attraverso dei campi elettromagnetici che emanano frequenze analoghe a quelle che produce il corpo umano, e per questo capaci di interagire tra di loro.

Noi non ce ne rendiamo conto, ma nel momento in cui stiamo accanto ad un albero tra il nostro corpo e il suo sta avvenendo uno scambio energetico, per cui se camminando tra gli alberi vi sentite bene non è solo questione di buon umore, ma una vera e propria influenza chimico-energetica degli alberi su di voi.

Il modello Walking Counseling Experience

Per tutti questi motivi, in alcuni percorsi di sostegno psicologico, counseling o coaching ho recentemente attivato il modello Walking Counseling Experience, dove l’idea alla base è proprio quella di allontanarsi dal setting di uno studio al chiuso, per immergersi insieme al proprio counselor nella natura e sfruttare non solo i benefici del percorso che si sta svolgendo, bensì anche quelli derivanti dalla natura stessa.

Potremmo sintetizzarla come un’ora di immersione nel verde alla scoperta di sé stessi, dalla quale uscire ogni volta rigenerati e con delle risorse in più per affrontare il quotidiano!

 

 

RIPARTIRE NONOSTANTE LE INCERTEZZE – Coronavirus

RIPARTIRE NONOSTANTE LE INCERTEZZE – Coronavirus

Quella che voglio condividere con voi è una semplice riflessione sulla ripartenza e sul nostro futuro prossimo, con l’assoluta certezza che questa situazione di emergenza possa realmente aumentare le nostre consapevolezze e guidarci nel cambiamento al fine di costruirci un futuro caratterizzato da un maggior benessere psico-fisico.

 

Inizia fase 2. Il lock down vissuto per due mesi è finito.

Vale lo stesso per le nostre paure e le nostre ansie? Il confronto con i pazienti in questi giorni mi dice di no, perché in fondo questa quarantena imposta, per certi versi, è diventata un’abitudine; le nostre routine sono cambiate e a questo cambiamento molti di noi si sono ormai adattati.

Ricominciare non significa ripartire da dove avevamo lasciato e questo vale per la maggior parte di noi; ricominciare significa trovare in poco tempo un’altra routine, mi riferisco ad esempio a tutte quelle mamme che torneranno al lavoro di prima, ma con i bimbi a casa da scuola e con l’indicazione che sia meglio non lasciarli ai nonni. Inutile dire che non sarà la stessa cosa che accadeva prima dell’emergenza sanitaria.

Questo ricominciare, in questo contesto, potrebbe essere maggiormente problematico e complesso soprattutto per noi donne che, nella società moderna, ci troviamo a ricoprire più ruoli; ruoli che siamo molto abili nell’incastrare ed organizzare, ma che in un mondo caratterizzato da incertezze faremo più fatica a giostrare.

L’incertezza, infatti, non è di aiuto e spesso è alla base della nostra sensazione d’ansia; proprio perché molto non è controllabile, tentare di controllare il futuro non è la scelta migliore per stare bene e questa esperienza Covid-19 dovrebbero avercelo insegnato.

Che cosa fare per ricominciare con il piede giusto?

“QUI ED ORA”: l’accettazione dell’incertezza

Innanzitutto è fondamentale imparare a stare nel “qui ed ora” del momento presente, pianificare, certo, ma con estrema flessibilità e soprattutto con una “testa” preparata ad accettare il cambiamento.

Non sappiamo cosa accadrà durante e soprattutto dopo la fase 2, non sappiamo quali restrizioni verranno prolungate, o al contrario, cosa verrà concesso; la navigazione è a vista ed è in questo limbo che dobbiamo riuscire a trovare il nostro equilibrio.

Come già suggerito in un articolo precedente, per gestire le nostre emozioni possiamo utilizzare le tecniche di rilassamento e meditazione, un grandissimo aiuto per imparare a stare nel momento presente e imparare ad accettare quello che c’è.

GRADUALITA’: un passo alla volta

Il lock down ci ha imposto un cambiamento repentino. Per molti di noi ha significato lasciare tutte le abitudini da un giorno con l’altro ed è stato difficile adattarsi. La riapertura ha invece la caratteristica intrinseca di essere graduale e questo potrebbe essere un vantaggio per il nostro adattamento.

Sfruttiamo questa gradualità per ripartire con calma, un passo alla volta.

 IL FUTURO: replica del passato o nuova opportunità?

Il futuro potrebbe in breve tempo tornare ad essere una replica del passato. Ritmi frenetici, organizzazione spietata, e tutti gli elementi della nostra vita perfettamente sotto al nostro controllo.

Questo significherebbe che non abbiamo imparato nulla.

Possiamo imparare qualcosa da questo Coronavirus e dalle conseguenze a cui ha portato?

La risposta è positiva, ma dobbiamo farlo con estrema consapevolezza e ponendoci obiettivi di cambiamento reali, altrimenti dopo poco tempo ci saremo scordati quest’esperienza e tutto sarà tornato allo status quo pre-pandemia.

Un consiglio che mi sento di darvi è quello di fare una semplice lista delle cose che vorreste mantenere anche quando la vita sarà tornata alla normalità e iniziare a pianificare quelle attività all’interno delle vostre future routine, questo potrebbe significare modificare alcune abitudini del passato o rinunciare ad altre ma ricordate ….

“Solo perché le cose sono sempre state fatte in un certo modo non significa che debbano continuare così”

 

 

 

 

 

CORONAVIRUS: TRA ALLARMISMO E SUPERFICIALITÀ, DOVE È FINITA LA RESPONSABILITÀ?

CORONAVIRUS: TRA ALLARMISMO E SUPERFICIALITÀ, DOVE È FINITA LA RESPONSABILITÀ?

In questi giorni di diffusione del Coronavirus nella mia regione, la Lombardia, e più in generale nel nostro bel paese, il peggio delle persone sta venendo a galla.

Abbiamo assistito prima alla fase di allarmismo, con i supermercati presi d’assalto e poi all’ondata di minimizzazione del fenomeno, con la messa alla gogna della comunicazione mediatica accusata di terrorismo, alla quale abbiamo reagito con il motto #milanononsiferma.

Due eccessi che non hanno tenuto conto della situazione oggettiva, che è quella di un’emergenza sanitaria, che certo non ha bisogno di panico, ma che necessita di comportamenti fermi da parte di tutti i cittadini. 

Comportamenti che non sono stati adottati, quando ci si è appellati al senso civico e alla responsabilità di ciascuno.

Chiaro che alla base dei comportamenti delle persone, ci sono fenomeni psicologici, come quelli legati alla percezione del rischio, che difficilmente corrisponde al rischio reale, o come la profezia che si autoavvera, di cui vi parlo oltre, ma chiaro anche che c’è qualcosa di più profondo che non gira nella giusta direzione e credo che i social network abbiano portato alla ribalta altri fenomeni altrettanto pericolosi, di cui stiamo avendo ancor più riscontro in questi giorni di emergenza.

Mi riferisco ai tuttologi del web e alla perdita d’importanza delle informazioni date dai comitati scientifici e da chi ha passato anni nelle Università e che oggi vede minimizzato il proprio lavoro dal primo cretino che passa e dice “è poco più di un influenza” e tutti dietro come pecoroni a sostegno della tesi che fa meno paura … e così gli scienziati devono continuare a dire, ridire e ribadire affinché il messaggio sia compreso. E io qui però mi arrendo.

Ma cosa non è chiaro? Pensate che ci prendono in giro e che sia una congettura per attaccare l’economia del nord Italia? Per questo vi muovete in lungo e in largo, come se aveste vinto l’immunità, mettendo in pericolo la vostra vita e quella dei vostri cari? Quando toccherà a voi o a qualcuno che amate, allora la vostra percezione del rischio si modificherà? Si, lo farà.

Perché a quelli che parlano solo della percentuale delle morti, forse non è chiaro il collasso del sistema sanitario e la mancanza di posti in terapia intensiva; il che vuol dire che se tu sei sano e giovane, ma il virus ti colpisce forte rischi di essere in quel 15% che sopravviverebbe grazie alla terapia intensiva, ma se non c’è posto, muori pure tu. Chiaro?

E ricordati che chi ha più di settant’anni è comunque una persona, un nonno, un padre, a cui tu, con il tuo comportamento irresponsabile stai mettendo a rischio la vita.

I miei giorni in casa ….

Questi giorni io li sto passando perlopiù in casa, con qualche breve passeggiata, poche sedute e progetti fermi e osservo il fenomeno attraverso i media e i social media.

Oggi Facebook ci permette di fare delle indagini sociali “real time”, che non avranno alcuna validità scientifica, ma danno un’idea molto chiara del pensiero comune; e così quelli che scappano dal Coronavirus sui treni verso il sud del Paese non sono irresponsabili e di dubbio senso civico, no, sono terroni e questo li definisce già di per sé. E scusate allora tutti quelli che sono “scappati” dalla zona rossa del Lodigiano? Come ad esempio il cittadino che è andato in Trentino a sciare? Quelli cosa sono? Non sono terroni giusto? Eppure sebbene provi a far notare alle persone in questione questo esempi, loro continuano imperterriti con la storia dei terroni. Come si chiama questo meccanismo in psicologia? Profezia che si autoavvera, ovvero la tendenza a ricercare nel mondo verificazione e non falsificazione alle nostre ipotesi, alla faccia del povero Karl Popper.

E così in questi giorni osservo queste fazioni che si creano e al centro della discussione non vi è più il problema reale, che è quello di cittadini italiani irresponsabili che mettono a rischio il benessere della collettività, bensì nord contro sud, sud contro nord, Piemonte contro Lombardia e via di questo passo.

Eh si perché  non pensate che il problema siano solo i terroni, sia chiaro!

Questo week end le piste da sci sono state prese d’assalto, complice la neve caduta e il bel sole (ignorando che c’è un’epidemia in corso, ma questo ”piccolo particolare” lasciamolo alla considerazione dei meno … ) e guardate che bel post che ho trovato scorrendo la bacheca: “Cari amici milanesi, già mi stavate sulle balle quando attraverso le vostre spocchiose tute vi credevate per osmosi Alberto Tomba e superando le code delle seggiovie parlavate del vostro grande Suv (….) Qui si cerca di contenere il proliferare di un virus cercando di non andarsene troppo in giro, quindi potreste per le prossime settimane dedicarvi ai vostri ristoranti alternativi milanesi e non andare a sciare? Almeno verso ovest ? Vi spiego alla sinistra della vostra cartina (…).

Vi rendete conto di quanti stereotipi e pregiudizi in questo post? E che cosa hanno a che fare il suv o il ristornate alternativo con la mancanza totale di responsabilità di queste persone?

Sono irresponsabili perché sono lombardi? I piemontesi invece tutta gente dalla responsabilità ferrea? Cioè, volete farmi credere che i Piemontesi si sarebbero comportati diversamente? Tutti diligentemente a casa?

E mi verrebbe da dire, che il problema non è lui, può anche capitare che qualcuno non brilli per intelligenza, ma tutti quelli che sotto al post gli danno ragione … e credetemi che sono molti!

Ora, mi pare chiaro (e spero non solo a me!), che il problema non ha nulla a che vedere con il luogo di nascita scritto sulla carta d’identità, ma con un mancato senso di responsabilità individuale che si tramuta in un mancato senso di responsabilità collettivo.

E siamo di fronte al problema, quello vero e più tragico, che si affianca all’altrettanto tragico problema sanitario in corso.

Perché siamo un popolo incapace di assumersi la responsabilità?

Questa è la vera domanda a cui dobbiamo trovare una risposta, se vogliamo crescere figli diversi da quello che oggi molti cittadini italiani stanno dimostrando di essere.

L’ordine Nazionale degli psicologi ha diffuso un vademecum per aiutare i cittadini in questo momento di confusione che può causare comportamenti irrazionali.

Vi invito a scaricarlo qui.

La felicità è una scelta

La felicità è una scelta

“La vita non è quello che ci accade, ma come decidiamo di affrontare ciò che ci accade”.

No, non è una frase fatta, ma una sacrosanta verità. Tutti noi, prima o poi, ci troviamo a dover affrontare situazioni che ci gettano nella disperazione e ci tolgono il sorriso.

Nessuno è immune da eventi dolorosi: una relazione finita, un lutto, un problema sul lavoro, un difficile rapporto con i figli … ma qualunque sia la cosa che ci affligge, come decidiamo di affrontarla determinerà in gran parte i nostri stati d’animo e le nostre emozioni.

Non mi stancherò mai di dire che innanzitutto è bene capire in quale tipo di problema ci troviamo, ponendoci una semplice domanda: “Questa situazione è sotto il mio diretto controllo?” 

Se la risposta è no, capite bene che l’unica scelta che possiamo fare è quella di decidere come vivere ciò che ci sta accadendo.

Scelta tutt’altro che semplice di primo acchito, perché a volte abbiamo bisogno di soffrire davvero, per capire che così non si può andare avanti, per capire che il nostro atteggiamento mentale di fronte al dolore, sta minando anche altre sfere della nostra vita impedendoci di vivere serenamente il qui ed ora.

No non è un caso che io abbia un tatuaggio che dice: “Vivi adesso”, è la cosa più difficile da fare, ma anche quella più utile per il nostro benessere.

Non si tratta di negare le emozioni negative, non si tratta di evitare la sofferenza o negare il problema, si tratta piuttosto di non lasciarsi sopraffare da queste emozioni, si tratta di non cadere nella disperazione per situazione che non possiamo modificare.

Stamattina leggendo “La strada che porta al vero – come praticare la saggezza nella vita quotidiana”, Dalai Lama, la mia attenzione è ricaduta su questa frase: “La disperazione porta sempre al fallimento”.

Ho ripensato alla mia vita, alle situazioni difficili che mi sono trovata ad affrontare e a quelle che sto vivendo tuttora ed ho pensato che questa frase è semplicemente vera.

Ho imparato che è inutile lottare e disperarsi di fronte a ciò che non possiamo in alcun modo modificare, anzi questo atteggiamento rischia di divenire controproducente gettandoci ancora di più nello sconforto e aumentando la portata delle emozioni negative.

Io ho deciso di essere felice, l’ho deciso consapevolmente dopo l’ennesima grossa delusione da parte della vita.

Non ci sono formule magiche o ricette miracolose, ci sono solo la consapevolezza e la volontà, punti essenziali dai quali è necessario partire; la consapevolezza che il dolore, il problema o le situazioni non possono essere modificati, ma anche la volontà di decidere come convivere con essi.

Ecco alcune cose che potete fare, sin da oggi, per rendere migliore questa convivenza:

1. Accettate la situazione e le emozioni che ne conseguono.

Accettare la situazione è di gran lunga la cosa più difficile da fare, ma anche la più importante.

Valutate attentamente se potete fare qualcosa per modificare il vostro problema e ovviamente se potete fare anche una sol minima cosa, non indugiate, ma agite.

Affrontare le situazioni forse non servirà a modificarle completamente, ma almeno non avrete rimpianti per non averci nemmeno provato.

Io ho deciso di affrontare i miei ostacoli come una sfida per migliorare me stessa.

Questo non ha cambiato la situazione, non ha modificato le emozioni negative che la contraddistinguono, ma ha modificato il mio modo di vedere il problema.

Accettare non significa rassegnarsi, significa non lasciarsi sopraffare.

Qualunque situazione o problema vi troviate a vivere, non è mai tutto il vostro mondo.

Ho imparato ad accettare le emozioni negative, ho provato dolore, rabbia, frustrazione, sensi di colpa e via dicendo.

Non mi sono giudicata per questo, ho accettato che fosse giusto e normale essere pervasa da queste emozioni, ho lasciato che si sfogassero, ma quando hanno cercato di prendere il sopravvento influenzando il resto della mia vita ho detto stop.

Vi accetto, ma state al vostro posto.

2. Praticate il pensiero positivo

Quando siamo nel bel mezzo di una tempesta pensare positivo è difficile, ma non impossibile.

Molto spesso tendiamo ad ingigantire il problema, un pensiero negativo ne trascina un altro, la rabbia si trasforma in dolore, il dolore si trasforma in ansia, l’ansia si trasforma in panico ….

Dobbiamo interrompere tutto questo pensare, il rischio è quello di farci trascinare sempre più giù e stare un pelo sott’acqua non equivale esattamente all’essere sul fondo del mare.

Praticare il pensiero positivo significa innanzitutto imparare a ristrutturare i nostri pensieri: sostituite un “non ce la farò mai” con un “io ce la voglio fare”, un “non sarò mai più felice” con “voglio trovare un motivo per essere felice”, un “la mia felicità dipende solo da questo” con un “la mia felicità dipende solo da me stesso” … fatelo e iniziate a credere a quello che vi dite, fatelo anche se all’inizio non ci credete davvero, fatelo anche se i vostri brutti pensieri all’inizio sembrano avere il sopravvento su di voi.

Abituate la vostra testa a pensare in modo differente. Voi comandate la vostra testa, non viceversa.

Aprite gli occhi al mattino e trovate tre buoni motivi per vivere quella giornata e andate a letto la sera pensando a tre cose belle accadute. E’ semplice, basta volerlo.

3. Vivete il qui ed ora

Il qui ed ora è l’esatto momento in cui ci troviamo, è esattamente ciò che stiamo facendo in questo preciso istante. Troppo spesso lasciamo che il nostro problema pervada la nostra mente anche quando siamo impegnati a fare altro, al lavoro, in famiglia o in macchina nel tragitto verso casa.

Concentriamoci su quello che stiamo facendo, riduciamo la quantità del tempo che dedichiamo ai nostri problemi, troviamo delle attività coinvolgenti che amiamo fare, ascoltiamo la nostra canzone preferita, leggiamo un libro divertente o organizziamo una cena con gli amici.

Ci sono momenti in cui tutto questo non è possibile, quei momenti in cui siamo soli con noi stessi, le nostre paure, i nostri dubbi e il nostro dolore.  In questi momenti vi consiglio di provare ad eseguire qualche buon esercizio di rilassamento o di visualizzazione, ve ne parlo nei prossimi punti.

4. Focalizzate la vostra attenzione su ciò che avete di positivo perché nulla di ciò che siamo o abbiamo merita di essere trattato in modo scontato

Iniziamo con il dire che voi non siete il vostro problema.

La situazione in cui vi trovate non collima in alcun modo con la vostra identità personale.

Voi siete voi, a prescindere dai vostri problemi. A causa di una situazione che mio malgrado mi vede coinvolta, per lungo tempo ho dimenticato queste poche parole appena scritte: legavo il mio valore alla situazione che stavo vivendo, vi legavo la mia identità e addirittura il senso della mia vita. Cazzate.

Sono tutte cazzate. Io ho una vita che ha tante cose belle ed è a queste che ho deciso di focalizzare la mia attenzione. Ciò che abbiamo non è scontato e spesso rischiamo di non vivere appieno perché lasciamo che il nostro problema e conseguentemente il nostro dolore pervada tutto il nostro mondo.

Credetemi che so bene quanto vi sto dicendo, perché sono stata incazzata con l’universo intero per diverso tempo.

5. Praticate il rilassamento

Ricordate quando vi dicevo che ci sono momenti in cui siete soli con voi stessi e i pensieri si fanno più persistenti? Ecco, questi sono i momenti migliori in cui decidere di staccare la spina e svuotare la testa.

Come? Eseguendo alcuni semplici esercizi che aiutano il vostro corpo a rilassarsi e la vostra mente a distendersi.

Trovate una posizione comoda, mettete della musica di sottofondo, impostate un timer, inizialmente per 5 minuti, poi andrete ad aumentare il tempo man mano diventerete più bravi nei vostri esercizi, sdraiatevi supini e chiudete gli occhi.

Con le gambe leggermente divaricate e le braccia lungo i fianchi iniziate ad ascoltare il vostro respiro, visualizzate l’aria che entra dalla bocca, passa dalla gola, entra nei polmoni e risale per fuoriuscire …

Poi spostate la vostra attenzione a tutti i muscoli del vostro corpo, partite dai piedi, risalite lungo le gambe, la schiena, la pancia, le spalle, le braccia ed i muscoli del viso …

Muscolo per muscolo visualizzate il vostro corpo, senza giudicare quanto trovate, muscoli tesi, piccoli dolori … accettate ogni situazione e provate a rilassare ogni muscolo su cui vi soffermate.

Osservatevi e accettatevi. Alla fine tornate ad osservare il vostro respiro, fate attenzione a come si è modificato e dite a voi stessi “Sono calmo, tranquillo ed in grado di affrontare qualunque situazione”.

Lentamente riaprite gli occhi, fate qualche piccolo movimento e tornate al mondo reale con maggiore pace ed energia.

Gli esercizi richiedono costanza e perseveranza, solo un allenamento continuo vi porterà dei reali benefici. Praticate, praticate, praticate: insegnerete al vostro corpo a rilassarsi, alla vostra mente a svuotarsi e a voi stessi che volere è potere.

6. Scegliete un’immagine guida

Partiamo da un esercizio semplice ed immediato che possa esservi utile nei momenti di maggiore stress.

Procedete ad effettuare un esercizio di rilassamento, come descritto sopra, e fate seguire a questo un’immagine positiva: il mare calmo, un arcobaleno, un panorama … ciò che volete, purché vi aiuti a trovare un angolo di pace. Non sforzatevi, la vostra immagine guida arriverà in modo naturale dal vostro interno.

Immergetevi totalmente dentro questa situazione, sentite i rumori, percepite i profumi, ascoltate le vostre sensazioni … Potrete ricorrere a questa immagine tutte le volte che ne avrete bisogno, tutte le volte che sentirete di essere dentro a un frullatore.  Più vi esercitate, più questa immagine diventerà potente e vi aiuterà.

Quando ansia, tristezza, rabbia o altre emozioni negative vi pervadono e non riuscite a trovare pace, dopo aver effettuato un esercizio di rilassamento, provate a visualizzare la vostra emozione.

Che forma ha? Che colore? Dove si posizione a livello fisico nel vostro corpo?

Visualizzatela e provate a cambiarne il colore, la consistenza, la forma, provate a toglierla dal vostro corpo e a metterla in una scatola con il coperchio accanto a voi ed a questo punto accedete al vostro luogo di pace nascosto, alla vostra immagine guida. Non state negando la vostra emozione negativa, la state solo gestendo …

7. Amatevi dedicando del tempo a voi stessi e a ciò che amate fare

Quando abbiamo qualcosa che ci affligge smettiamo di fare tutto ciò che ci da piacere perché apparentemente non vi è nulla che ci da conforto. Scelta sbagliata.

E’ arrivato il momento di rispolverare le vecchie passioni e dedicarsi a nuovi hobby!

E’ arrivato il momento di allargare il proprio mondo e riempirlo di stimoli positivi.

Fate un elenco dei vostri sogni mai realizzati, che sia imparare a fare una torta, scalare una montagna o tornare a leggere poco importa.

Non avete bisogno di grandi cose per essere felici, avete solo bisogno di amare voi stessi e amare ciò che fate.

8. Sorridete

Sorridete, sorridete sempre, anche quando siete tristi, sorridete tra le lacrime, sorridete perché le vostre emozioni percepiranno quel sorriso e si modificheranno.

La testa e il corpo sono strettamente connessi, i nostri pensieri influenzano le nostre emozioni, le nostre emozioni influenzano il nostro corpo e il nostro corpo influenza le nostre emozioni … Quando avete l’ansia sentite un peso sullo stomaco?

Quello che vi chiedo di fare è l’opposto, sorridete e lasciate che quel sorriso pervada il vostro stato emotivo. Non si tratta di fingere, non si tratta di farsi dei selfie e postarli su instagram per far vedere agli altri di essere felici, si tratta di sorridere per voi stessi, per influenzare le vostre emozioni: la vostra parte emotiva sa bene quali stati emotivi sono associati ai muscoli che vengono coinvolti in un sorriso.

Il Talento non basta!

Il Talento non basta!

Noi siamo ciò che facciamo costantemente.

L’ eccellenza quindi non è un atto ma un’ abitudine.

Aristotele

Cosa significa questa frase?

Semplicemente che il segreto per raggiungere risultati notevoli non è il talento innato, bensí la grinta intesa come miscela di tenacia, perseveranza e determinazione.

A proposito di questo vi consiglio la lettura del libro “Grinta” di Angela Duckworth, la quale prendendo spunto dalla realtà quotidiana mostra ai lettori ad esempio in che modo i cadetti affrontano i primi giorni nella dura e selettiva accademia militare di West Point, oppure in che modo gli insegnanti gestiscono il lavoro nelle scuole più problematiche.

Angela Duckworth riporta i risultati delle più attuali ricerche su come rendere efficace al massimo livello una performance, e le conclusioni derivanti dalle interviste di decine di persone di successo: da Jamie Dimon, A.D. di JPMorgan, a Bob Mankoff, cartoon editor del New Yorker, a Pete Carroll, coach della squadra di football americano Seattle Seahawks.

Attraverso le sue ricerche l’autrice ci mostra come il talento sia sicuramente un buon punto di partenza, ma non sufficiente per permettere di esprimere tutto il proprio potenziale.

Per un approfondimento guarda il video TED di Angela Duckworth 

Detto in altri termini, il talento, da solo, non basta praticamente mai.

E’ necessario quindi lavorare sul proprio potenziale incanalandolo verso una passione e coltivarlo con una forte determinazione.

Senza tutto questo il rischio è quello di sprecare le nostre qualità naturali e non essere in grado di sviluppare tutte le nostre potenzialità.

Sarà capitato a tutti voi di di vedere un atleta molto forte sotto i vari aspetti tecnico, tattico e fisico ma che non riusciva ad esprimere tutto il suo potenziale e di contro osservare un atleta con minori capacità che però riusciva a spuntarla rispetto all’atleta talentuoso.

Situazioni di questo tipo sono comuni, sia nello sport, sia in altri ambiti della vita.

Come fare per non lasciare che il proprio talento si disperda nel nulla?

Innanzitutto è fondamentale avere una direzione, che significa avere un obiettivo chiaro per non sprecare le nostre energie e canalizzare la nostra attenzione; ma questo non è sufficiente, infatti una volta che abbiamo individuato la meta rimane l’atra metà del lavoro che consiste nello spingere fino in fondo l’acceleratore senza mollare la presa.

Ecco perché tenacia, perseveranza e determinazione fanno la differenza.