A tu per tu con Antonella Manzoni

A tu per tu con Antonella Manzoni

Intervista “doppia” quella con Antonella Manzoni, atleta della Nazionale Italiana di Sci d’Erba dal 1996 e allenatrice di Sci Alpino per il Valsassina Ski Team.

Sono in Nazionale da tanto tempo, dal 1996 e sono diventata prima maestra, e poi nel 2002 allenatrice di sci alpino. La neve d’inverno e l’erba d’estate, da sempre hanno caratterizzato la mia vita sportiva; sono stata anche atleta agonista sulla neve, ma ho avuto una serie di infortuni nelle stagioni chiave e cosí ho continuato con l’agonismo solo sull’erba.

Come valuti la coesistenza di queste discipline? So che alcuni allenatori non la vedono di buon occhio …

Intanto credo che fino a una certa età praticare diversi sport sia fondamentale per la crescita fisica dei ragazzi in quanto permette di sperimentare diverse sensazioni.

Nel caso specifico è vero che il passaggio da una all’altra disciplina richiede degli adattamenti, anche se comunque ci sono dei fattori comuni; si tratta infatti in entrambi i casi di uno sport di scivolamento dove movimenti e coordinazione sono molto simili. Credo che sia anche bella la variabilità, non dico che non debba esserci l’allenamento in ghiacciaio d’estate, ma che lo si può alternare a qualcosa d’altro.

E’ uno stacco anche a livello mentale.

Ovviamente dico questo in riferimento agli atleti più piccoli, perché da un certo punto in avanti la dedizione e la costanza sono fondamentali.

Iniziamo con qualche parola chiave:

#TALENTO

Credo che il talento esista e che lo si veda concretamente in un bambino già a partire dai 6/7 anni; intendo dire che vedi il bambino a cui vengono le cose facilmente, o che ha il piede giusto. Crescendo però le cose cambiano. Il talento, infatti potrebbe trasformarsi anche in un arma a doppio taglio, intendo dire che il bambino che ha sempre fatto buoni risultati e che ha sempre trovato tutto facile, potrebbe non sviluppare appieno la capacità di lottare per ottenerli e non di rado accade che il bimbo meno talentuoso … che per fare risultato deve impegnarsi di più, che deve allenarsi di più, che deve metterci quel qualcosa in più … alla fine abbia la meglio!

Crescendo le sfide si fanno più impegnative e l’abitudine a vincere con poco sforzo non è mai funzionale quando il gioco si fa duro; risulta infatti necessario aver sviluppato altre caratteristiche, quali la costanza e la capacità di sopportare la fatica per ottenere risultati. Detto in parole povere “bisogna sapersi fare il mazzo!”

Per te come ha funzionato il “talento”?

Se lo penso da atleta, ti dico che da piccolina ho sempre fatto un po’ di fatica; il talento è uscito dopo sulle specializzazioni, la scorrevolezza e il coraggio ad esempio mi hanno caratterizzata per una propensione alle discipline veloci quali il SuperG e la Discesa; sono caratteristiche che possono anche essere allenate, però possederle già per predisposizione è decisamente un grande aiuto! Ad ogni modo, posso dire che il talento si è manifestato un pochino dopo … all’inizio ho sempre fatto una gran fatica! Anche fisicamente ero quella a cui piaceva mangiare, quindi un po’ più cicciottella e un po’ meno prestante dei miei coetanei da un punto di vista atletico, ma col senno di poi anche questo può essere stato un bene per sviluppare determinate caratteristiche che mi sono servite poi …

#PASSIONE

E’ quella che mi ha portato dove sono ed è sconfinata.

Ho avuto la fortuna di avere due genitori che non solo sciavano, ma lavoravano al Cainallo nella Direzione Sportiva e organizzazione gare, aggiungici che mio nonno lavorava alla funivia al Pian delle Betulle, per cui a due anni avevo già gli sci ai piedi.

Il contesto può facilitare lo sviluppo di un atleta, oppure no, infatti quando ero un po’ piu grandina ho avuto un paio di anni di crisi dovuti al rapporto con un allenatore; volevo smettere di sciare, ma per fortuna i miei genitori hanno compreso le criticità e mi hanno fatta cambiare contesto; in quegli anni andare a sciare per me era diventata fonte di ansia e avrei sicuramente deciso di abbonare lo sci se non ci fossero stati loro.

A fare sci d’erba ho invece iniziato intorno ai 14 anni, quando l’allora presidente dello Sci Club Bellano, Tanghetti, rappresentante FIS a livello nazionale, ci diede 4 paia di sci da provare e da quel momento non ho più smesso. Mi è subito piaciuto e ho apprezzato il fatto di potermi allenare “a casa” senza dover passare molto tempo lontana allo Stelvio durante la stagione estiva.

Ho quindi iniziato per caso a fare le gare, poi a 16 anni ho vinto la Coppa Italia e sono entrata in Nazionale.

La mia carriera dura da diverso tempo, oggi ho 39 anni e ci sono stati momenti belli e momenti difficili … infortuni tanti, praticamente a stagioni alterne, ma penso che se non avessi avuto tutti quegli infortuni non avrei mai trovato quella forza di essere ancora qui a 39 anni e di riuscire ancora a fare questi risultati!

Dalla mia “sfiga” ho tirato fuori la mia forza.

Quando ho avuto il mio bimbo dopo il parto ho avuto una depressione post partum e in quel periodo andare a fare allenamento mi ha aiutata ad uscire, lí lo sci per me è stata una salvezza. Anche in quel caso ho trovato la forza di reagire!

 In generale sono sempre riuscita a tirar fuori una forza, che non so nemmeno dove sia andata a prendere.

Per fare un esempio recente, al concludersi della scorsa stagione ero 2^ in Coppa del Mondo e la penultima gara sono caduta in allenamento lussando la spalla. In quel momento ho visto passare davanti ai miei occhi tutte le medaglie che stavo per perdere, perché me la stavo giocando anche per 3 medaglie di specialità: SuperG, Gigante e l’Assoluta …  Ad un primo momento ho pianto disperata, ma già dopo un’ora mentre ero in ambulanza per andare al pronto soccorso pensavo a cosa dover fare per gareggiare il giorno dopo. Dovevo fare la gara a qualunque condizione! Quella forza lì credo proprio mi sia venuta da tutto quello che avevo vissuto negli anni passati.

Il giorno dopo ero al cancelletto e “ce la dovevo fare, punto”. Il come non era importante.

#SACRIFICIO

Senza sacrificio non è bello ottenere risultati. Il risultato è la somma di tutto quello che hai fatto prima, e questo è vero, anche se non tutti i sacrifici vengono ripagati.

Ci sono periodi in cui ti chiedi “chi me lo fa fare?”

In particolare negli ultimi anni sento di sacrificare il tempo con mio figlio e questa cosa ha un peso, ma alla fine ho sempre trovato la motivazione che mi spinge a continuare.

Posso comunque dire, che al di la di questo, i sacrifici più pesanti sono forse stati in età adolescenziale, quando i tuoi amici escono e la tua vita da atleta non può essere uguale a quella di altri ragazzini, ma la domenica mattina in partenza ad una gara mi guardavo intorno e mi sentivo fortunata.

Oggi che seguo i ragazzi posso dire che è dura e spesso avere alle spalle una famiglia che ti supporta è fondamentale; lo è ancora per me oggi. Io sono via da maggio a settembre e i miei genitori hanno preso un camper per riuscire a seguirmi sempre con il mio bimbo, che adesso ha 7 anni. Senza questo supporto, probabilmente non avrei potuto continuare … già è stato durissimo lasciare il mio bimbo 10 giorni quando sono andata in Iran, figuriamoci se dovesse essere l’abitudine!

#FALLIMENTO

Il fallimento esiste, ma dai fallimenti si può sempre ricominciare e più forti di prima, anzi ti dirò che credo proprio che il fallimento sia un passaggio fondamentale perché toccare il fondo è l’unico modo per risalire davvero. A me è successo fuori dal contesto sportivo, con la mia separazione, eppure da li sono risalita e per questo imparare a gestire il fallimento è fondamentale.

Da allenatrice, che rapporto hanno i ragazzini oggi con il fallimento e la sconfitta?

Vedo tanti ragazzini e posso dire che pochi sanno reagire alle sconfitte, pochi di fronte all’errore dicono: “ok ho sbagliato, però ci riprovo” … quel però ci riprovo sempre spesso manca. Questo a me fa provare una profonda amarezza, però capisco che a volte vivono in contesti dove hanno sempre tutto facile e quindi in fondo chi te lo fa fare di fare fatica? Adesso è tutto subito, e queste cose influenzano il carattere dei ragazzi; da mamma sono la prima a preoccuparmi dell’effetto che questo contesto può avere sull’educazione del mio bambino.

Sono molto felice negli ultimi anni di seguire come allenatrice i superbaby, perché è soddisfacente per me portare i bimbi a fare le prime garette e insegnar loro a credere in loro stessi e a provarci e riprovarci.

#SUCCESSO

Il successo non è necessariamente la vittoria.

Nella mia carriera agonistica ho 11 medaglie mondiali, ma non ho un oro …una volta per un centesimo, una volta per due … fatto sta che non ho un oro, ma alla fine se vinco 3 medaglie in un mondiale, è vero non ho l’oro, ma sento comunque di aver avuto successo. Sono arrivata li con tanti sacrifici e avere una medaglia al collo è un successo, ma come lo è anche arrivare decima in una disciplina che non è la mia, come in slalom ad esempio. Quest’anno ho fatto delle gare di slalom che per me sono state un assoluto successo!

Questa stagione è stata quella in cui ho vinto di più in assoluto in Coppa del Mondo, ma il Mondiale l’ho toppato in pieno, è dal 2005 che ogni 2 anni al Mondiale vinco almeno una medaglia; i giornalisti spesso enfatizzano queste situazioni, ma la verità è che nonostante io abbia avuto molto costanza da maggio a settembre, forse la miglior costanza di sempre, il mondiale l’ho sbagliato con un 5^ posto come miglior risultato.

Eppure non lo vivo come fallimento, ho comunque portato a casa per la prima volta 5 medaglie in Coppa del Mondo, e forse è il motivo per non smettere e riprovarci tra due anni!

In un range da 1 a 10 quanto conta la “testa” nel tuo sport? 

Avrei voluto usarla di più quando ero giovane!

Oggi sono un’atleta molto consapevole, con obiettivi chiari e con un elevato grado di lucidità sulla gestione delle gare; oggi quando metto i bastoncini fuori dal cancellato sono concentrata al massimo. Ripensando a quando avevo 20 anni le cose non stavano esattamente così … posso dire che alle volte ero veramente “allo sbaraglio” e forse tanti infortuni che ho avuto sono dovuti al fatto che fisicamente e tecnicamente c’ero, ma mentalmente mi mancava assolutamente qualcosa.

Quali sono secondo te le caratteristiche mentali fondamentali per un atleta? 

Quello che conta e che oggi riesco a fare è pensare sempre al positivo!

In ricognizione se vedo delle difficoltà non le percepisco come tali, ma penso già a quello che farò nel momento in cui dovrò affrontarle. Intendo dire che non mi lascio condizionare focalizzando la mia attenzione alla difficoltà, ma spostandola a quello che devo fare per affrontare quella difficoltà.

Non significa non provare paura perché quando devo buttarmi giù a 90 km/h su una pista tecnica o piena di dossi, so cosa significa cadere nello sci d’erba, per cui la paura credo sia normale, ma quello che intendo dire è che la so trasformare in concentrazione.

“Io sono più forte e so fare quello che devo fare” sono queste le cose che mi dico e credo che sia importante a livello mentale porsi in questa prospettiva.

Un’altra cosa che un atleta deve imparare a fare a livello mentale è sapersi perdonare gli errori e io questo penso di averlo sempre fatto.

Come allenatrice vedo che una delle risorse chiave è la motivazione, che in primis deve essere propria e non dei genitori .. detto questo penso che un allenatore possa essere una risorsa per potenziare le motivazioni dei bambini e pertanto dovrebbe sapersi adattare in modo flessibile a ciascun ragazzino a seconda della sua personalità e appunto delle sue motivazioni.

La mia esperienza negativa con l’allenatore che ho raccontato prima è sicuramente il punto di partenza del mio essere allenatrice oggi: non vorrei mai far provare ad un bambino quello che io ho provato allora.

Quale e la cosa più difficile da allenatrice?

A volte il tener fuori i problemi della tua vita, arrivare al mattino e dimenticare tutto, indossare il tuo miglior sorriso, tirar fuori l’energia ed essere al 100%.

Ogni bimbo che hai di fronte merita di avere il massimo che gli puoi dare.

A 39 anni, nonostante tu sia ancora nel pieno della carriera agonistica, hai maturità e consapevolezza. Guardando indietro, cosa ti ha insegnato lo sport?

Penso che lo sport mi abbia dato tutto.

Intendo dire che è grazie allo sport che ho saputo affrontare tutti i problemi personali che ho avuto nella vita. Lo sport mi ha dato consapevolezza e una forza che non pensavo di avere; di fronte a problemi davvero importanti mi sono guardata allo specchio e ho “tirato fuori le palle”.

Lo sport mi ha dato la grandissima consapevolezza che mi porta a dire: “Io vengo fuori da tutto, io ce la faccio”. Non voglio che passi il messaggio sbagliato; a volta infatti è necessario chiedere aiuto e l’ho fatto anche io in passato in un momento davvero buio. Quello che voglio dire è che allora mi sono resa conto che da sola non ce la facevo e ho chiesto aiuto, punto. Non sono rimasta ferma, ho messo in campo le mie risorse e con l’aiuto di una professionista ne sono uscita. Il presupposto ‘io vengo fuori da tutto” non cambia.

Hai mai allenato la tua “testa” per ottenere un miglioramento della performance o superare momenti difficili?

L’ho fatto da autodidatta. Ho letto diversi libri sulla concentrazione, sulla visualizzazione .. anche se non ho mai approfondito questo aspetto con un professionista.

Cosa hai imparato dalle tue letture?

Il pensiero positivo. Il pensiero positivo. Il pensiero positivo.

Le sere prima di andare a dormire nel periodo delle gare chiudo gli occhi e faccio la mia pista, vivendo totalmente la gara e richiamando le sensazioni buone sin da subito nella mia mente. Faccio e rifaccio la mia gara, conducendola esattamente come vorrei io.

In partenza ho un momento di scarico in cui chiacchiero con gli altri … poi ho quei 5 minuti in cui sono io e io e quello è il momento in cui immagino e focalizzo “quella cosa lí”, chiamiamola grinta o energia, per me è quella cosa che ho dentro e che libero totalmente al cancelletto.

“Quella cosa lì” è il motivo per cui a 39 anni continuo a gareggiare con ragazze del 2003/2004 … però alla fine sulla classifica non conta l’anno di nascita giusto? Fino a che sono davanti non trovo motivo per smettere. Quando inizierò a non sentire più “quella cosa lì” significherà che sarà arrivato il momento di smettere. 

Per ora mi manca ancora la medaglia d’oro!

Comunque a parte questo, ho tanti progetti per il futuro. Sto diventando istruttrice sub perché mi piacerebbe crearmi un percorso professionale in questo campo per i mesi estivi; diciamo che mi sto portando avanti, ma non è ancora il momento.

Quale messaggio vorresti dare ai giovani che si vogliono avvicinare al tuo  sport o che già lo praticano e hanno il sogno di arrivare in alto?

Avere sempre un sogno e lottare per quello!

Da piccolina per me Alberto Tomba era un oracolo ed incarnava il mio sogno (ho anche chiamato mio figlio Alberto!), nonostante non fosse un atleta standard come poteva esserlo per quell’epoca Deborah Compagnoni, rappresentava un qualcosa per cui valeva la pena lottare.

Lo sci è uno sport che ti forma davvero tanto il carattere; ricordo con piacere le trasferte in pulmino con gli amici e imparare a prepararsi le cose per stare fuori casa.

Il mio allenatore d’estate ci faceva stare al Livrio allo Stelvio come ragazzi alla pari: stavo su un mese e mezzo nel quale insieme ai miei compagni ci allenavamo alla mattina e al pomeriggio lavoravamo 4 ore: dal bar alla pulizia delle scale …

Ho imparato che se si vogliono ottenere delle cose bisogna fare dei sacrifici, che non si può avere tutto e permettersi economicamente tutto, ma di quei giorni io ho i ricordi più belli in assoluto. Ci si allenava, si lavorava, ma si stava in gruppo e ci si divertiva.

Lo sci per me è stata una vera e propria scuola di vita.

A TU PER TU CON PIETRO ZAZZI

A TU PER TU CON PIETRO ZAZZI

Ciao Pietro, ci racconti un po’ chi sei e a che punto della tua carriera agonistica ti trovi?

Mi chiamo Pietro Zazzi e sono un atleta di Bormio che pratica lo sci alpino. Nella scorsa stagione ho ottenuto buoni risultati che mi hanno permesso di entrare nella Nazionale.

La stagione appena conclusa non era iniziata come speravo, poiché non mi avevano convocato per le prime gare di Coppa Europa. A gennaio invece è arrivata la convocazione per Wengen. Sapevo che lì avrei dovuto per forza dare il massimo, altrimenti non avrei avuto altre convocazioni. Èandata molto bene! Partivo con il pettorale numero 69, sono arrivato 22esimo e lì ho salvato la stagione, perché mi sono guadagnato un posto per le gare successive.

A Kitzbühel e a Chamonix ho fatto bene le prove, in gara purtroppo passavo da intermedi ottimi ad altri nei quali commettevo brutti errori, che hanno compromesso il mio risultato finale.

Subito dopo siamo andati a Sarentino, dove ho ottenuto il 26esimo posto nella combinata; poi siamo partiti per Sella Nevea dove abbiamo svolto le finali di Coppa Europa.

Lì sono andato molto bene qualificandomi 19esimo in discesa, 28esimo in SuperG e 14esimo in combinata, il mio miglior risultato ottenuto.

Quindi siamo andati a Cortina per i Campionati Italiani Assoluti, dove ho conquistato un nono e un decimo posto assoluto, primo atleta fuori squadra nazionale in tutte e due le gare. Mi sono poi giocato la medaglia nella combinata … uscendo a quattro porte dall’arrivo.

Adesso bisogna fare un altro step!

Lo scopo di questa chiacchierata è quello “entrare nella testa” di un atleta, per farlo, iniziamo con qualche parola chiave.

#TALENTO

Non mi piace molto la parola talento. Da piccolino sciavo solo per divertimento, nonostante questo ero bravo, sciavo bene, ma non andavo mai fortissimo. C’erano tanti ragazzi molto più forti di me.

Il talento penso di non averlo mai avuto, ho costruito tutto con tanto lavoro; anche fisicamente sono cresciuto tardi e questo è stato uno svantaggio.

È vero che tanti ce l’hanno, penso ad esempio ad Hirscher, ma, comunque, anche se sei dotato di talento, se non lo lavori non vai da nessuna parte.

Vedo tanti ragazzi che da piccoli vincono tutto e poi spariscono, per cui sì, è vero, il talento può aiutare, ma si costruisce tutto con il lavoro e con i sacrifici.

#PASSIONE

La passione vera è nata quando ho dovuto scegliere tra il calcio e lo sci. Da piccolo, infatti, giocavo anche a calcio, ma Bormio non è il contesto migliore per diventare un calciatore professionista! E così ho scelto lo sci alpino.

Con i miei allenatori Andrea e Daniele Martinelli del Reit Ski Team Bormio, che hanno sempre creduto tanto in me, ho iniziato ad allenarmi bene anche durante l’estate, ho raccolto i primi risultati ed ho iniziato a crederci. Sono entrato nel comitato regionale quando avevo 15/16 anni e da lì un passettino alla volta sono andato avanti.

Oggi la passione per me rappresenta un po’ tutto, perché è quella che mi fa alzare alla mattina felice e che mi fa andare a sciare con il sorriso stampato in faccia. È un lavoro, ma piacevole!  Mi diverto e i risultati positivi aiutano a caricarsi ancora di più!

#SACRIFICIO

Di sacrifici ce ne sono stati tanti, ma non mi sono mai pesati.

Sento altri atleti dire “quando avevo 15/16 anni i miei amici uscivano e io dovevo stare a casa ..” a me non è mai pesato, perché il giorno dopo andavo a sciare!

Certo, ti devi allenare tutti i giorni e ci sono molti particolari da curare. Ad esempio, io viaggio sempre da solo e sono uno dei pochi che si prepara i materiali. Fin da quando ero piccolo, mio papà e mio fratello mi hanno insegnato come fare e mi sono sempre arrangiato, anche perché sono molto preciso.

Sarà strano in un futuro pensare che qualcun’altro provvederà alla preparazione dei miei materiali. Inoltre sarà difficile trovare qualcuno che prepari i materiali proprio come piace a me. Poi ovvio, adesso che il contesto sta cambiando, se avrò lo Skiman ben venga, perché comunque ci vuole tanto tempo; vedo i miei compagni che finiscono la gara, vanno in camera e dormono, io invece devo scendere in ski-room e mettermi al lavoro.

Devo dire che comunque non mi è mai pesato: sono felice di aver imparato qualcos’altro e di avere una buona conoscenza di quello che ho sotto ai piedi.

#FALLIMENTO

Il fallimento esiste, però, se si è bravi a superarlo, è una spinta per migliorare. Due anni fa, ai Campionati Italiani Assoluti a Santa Caterina, sono caduto in SuperG a poche porte dall’arrivo, consapevole di aver fatto una manche molto buona.

Da li è iniziato un periodo di delusione, aumentata dai commenti delle persone che dicevano che un’occasione così, sulla pista di “casa”, non sarebbe mai ricapitata …

Poi mi sono detto che potevo riprovare a fare bene ed ho trasformato la delusione in motivazione!

#SUCCESSO

Il successo è una parola con cui ho poca confidenza. Anche quando vado bene alle gare, sono soddisfatto, certo, ma riesco poco a godermi il momento e penso già al passo successivo.

In senso assoluto, il successo per me è arrivare al massimo delle mie potenzialità, sapere di averci provato fino in fondo ed essere sereno con me stesso.

In un range da 1 a 10 quanto conta la “testa” nel tuo sport? 

La testa conta 9.

Sicuramente conta la serenità, essere tranquilli con sé stessi e consapevoli di aver fatto tutto il necessario. In passato mi è capitato di arrivare al cancelletto e pensare: “eh, però, se mi fossi allenato un po’ di più ..”, tutt’altra cosa adesso che arrivo consapevole di aver fatto tutto il possibile.

Bisogna sempre credere in sé stessi, anche se ci sono gli allenatori che credono in te, quando scendi in pista sei da solo e devi essere tu a credere di potercela fare.

Hai mai allenato la tua “testa” per ottenere un miglioramento della performance o superare momenti difficili?

Ho lavorato con una mental coach imparando a concentrarmi sulla prestazione e lasciare andare i pensieri distraenti.

Quale messaggio vorresti dare ai giovani che si vogliono avvicinare al tuo sport o che già lo praticano e hanno il sogno di arrivare in alto?

Ricordatevi che i risultati da piccoli contano poco. Fino a una certa età è infatti importante divertirsi e imparare bene la tecnica.

E soprattutto credete sempre in voi stessi!

 

Se anche tu vuoi utilizzare la mente come acceleratore delle tue potenzialità e conoscere i benefici del mental coaching contattami  e sarò felice di fornirti tutte le informazioni sul ruolo di mental coach e sui percorsi di allenamento mentale.

A TU PER TU CON ANTONIO ROSSI

A TU PER TU CON ANTONIO ROSSI

Antonio Rossi, per chi è di Lecco ed è degli anni ’80 come me, rappresenta il campione d’eccellenza del nostro territorio; per questo motivo decido di contattarlo per questa intervista, pur sapendo dei suoi numerosi impegni, tra cui in primis il ruolo di sottosegretario ai Grandi eventi sportivi della regione, che proprio in quel periodo lo vedeva impegnato nell’assegnazione dei giochi olimpici del 2026.

Con grande sorpresa Antonio accetta l’invito ed in tempi brevi lo accolgo a Medinmove per una chiacchierata davvero piacevole, che spero possa essere uno spunto interessante per gli atleti di oggi e di domani.

Antonio, iniziamo con la tua opinione ed esperienza su alcune parole chiave che sono alla base di una carriera sportiva.

#TALENTO

Ci sono due differenti tipi di talento. Innanzitutto c’è il talento “fisico”, penso ad un Alberto Tomba nello sci, ad esempio, oppure al velocista, che per natura ha già più fibre bianche rispetto ad un altro, e in questo caso, questo tipo di talento è qualcosa che hai o non hai.

Il secondo tipo di talento, al quale io mi associo di più è invece quello rappresentato dalla testa, dalla forza d’animo, dalla grinta, dalla voglia di arrivare …. A mio avviso questo tipo di talento può essere più utile quando arrivi alle categorie senior, perché a pari allenamento e pari preparazione fisica è quello che fa differenza.

#PASSIONE

La mia passione è iniziata subito, dalla primissima volta che sono uscito in canoa in Canottieri a Lecco; arrivavo dal nuoto, poi un’estate ho provato ad uscire con la canoa e mi è immediatamente piaciuto.

Avevo circa 12 anni ed essendo nato a dicembre all’epoca la differenza fisica con gli altri ragazzi si vedeva e conseguentemente i risultati non sono arrivati subito, ma mi divertiva uscire nel lago con gli amici e vedevo che anno dopo anno miglioravo i miei tempi e cosí sono arrivato a vincere il primo campionato italiano nella categoria juniores. E’ stato da quel momento che ho iniziato a pensare e sognare di indossare la maglia azzurra, le olimpiadi all’epoca non erano nemmeno un sogno … ma passo dopo passo si sono avvicinate.

La passione poi è stata fondamentale per tutta la carriera, perché sono più le volte che arrivi dietro di quelle che vinci. Senza passione difficilmente sopporti quel tipo di vita, la passione poi non ti fa pesare determinate scelte, non te le fa vivere come un sacrificio.

#SACRIFICIO

Ovvio che hai una vita in cui se la domenica hai la gara non esci con gli amiciil sabato sera, ma per me non è mai stato un sacrificio, perché per me quella era semplicemente la mia vita e tutta la mia focalizzazione era sullo sport.

Dal ‘85 al ‘97 ho fatto una settimana di vacanza all’anno perché il mio obiettivo era quello di volermi sempre migliorare. E’ una scelta di vita che fai tu e che fai fare anche a chi ti vuole bene; penso a mia moglie che ha cresciuto due bambini, mentre io ero in ritiro tre settimane al mese. Se devo dirla tutta quando la mia prima figlia è nata io non c’ero, ero in ritiro da solo a Siviglia e sono tornato 5 giorni dopo, perché avevo la giornata di riposo. Col senno di poi, pensandoci ora, avrei anche potuto perdere 3 allenamenti, ma in quel momento ero totalmente concentrato alla preparazione per le olimpiadi.

Un sacrificio, certo, ma bisogna essere molto determinati se si vogliono raggiungere dei risultati.

#FALLIMENTO

Il fallimento non esiste. Esiste l’esperienza. Vivere le gare come un fallimento significa aver già perso.

#SUCCESSO

Un atleta può essere contento della propria prestazione pur non arrivando primo, ad esempio il mio quarto posto a Pechino è stato una medaglia di legno, ma io ero contentissimo.

Ovvio che c’è differenza tra un quinto e un primo posto, e a dire il vero anche tra un terzo e un primo, ma comunque sono tutti dei grandi risultati!

A volte quello che fa vivere male l’atleta è quello che ci sta intorno, sono le aspettative e i commenti delle persone, che rischiano di allontanare dai veri valori dello sport.

C’è stato un momento un cui ti sei detto “Ho avuto successo” ?

Diciamo che c’è stato un momento in cui sono stato orgoglioso di me e corrisponde al podio. Vincere le Olimpiadi significa provare tanta soddisfazione, non solo per te stesso, ma per il tuo allenatore, la tua famiglia …c’è dietro davvero tanto lavoro e la sensazione è quella di aver fatto qualcosa di importante. Il successo per me è questo: sapere di avere raggiunto un obiettivo.

Dopo un grande successo è però importante tornare sempre con una certa umiltà, altrimenti non riesci mai a riconfermarti.

All rights reserved Antonio Rossi

La testa conta?

Negli sport come il mio credo che la testa sia quello che fa la differenza: nel saperti gestire e nel fare le scelte giuste. E’ qualcosa che è mio avviso è dato anche dalla propria cultura, dalla famiglia, dall’allenatore. Mentre c’è un talento naturale come le fibre che hai o non hai, il talento mentale può arrivare da fattori esterni o essere costruito, anche grazie a figure professionali come la tua.

Ci sono stati periodi in cui “non c’eri con la testa”?

In gara no, ci sono sempre stato.

Tuttavia c’é stato un momento di difficoltà quando nel dicembre del ‘99 ho perso mio padre e pochi mesi dopo, a marzo, è nata mia figlia …lí mi è venuto il pensiero di dover fare qualcosa di serio, un vero lavoro, perché in fondo non avevo mai pensato al mio sport come ad un vero lavoro e passando da figlio a padre sentivo di dovermi prendere qualche responsabilità in più.

La mia famiglia e l’allenatore mi sono stati vicini e alla fine ho scelto di continuare a fare l’atleta.

Quali sono a tuo avviso le tre caratteristiche mentali che più contano per un atleta?

 La capacità di gestire le emozioni è fondamentale e io l’ho acquista con l’esperienza.

Ho vinto il mondiale nel ‘95 e non stavo più nella pelle. Praticamente non ho chiuso occhio la notte, perché ero Campione del Mondo! Il giorno dopo ho gareggiato e sono andato malissimo, nel senso che ero in finale, ma sono arrivato ottavo, perché non avevo dormito!

L’anno dopo, nel ‘96 c erano i Giochi Olimpici in cui ho vinto il mio primo titolo olimpico, dopo la vittoria sono andato in albergo, ho dormito ed il giorno dopo ho vinto di nuovo!

La determinazione è importante e con quella a mio avviso anche l’autostima, nel senso che se sei determinato qualcosa raggiungi e anche se arrivi dietro non ti senti giù perché credi in te stesso, hai in mente il tuo obiettivo e sai che è solo questione di tempo. Diciamo che ci vuole il giusto mix tra autostima, umiltà e narcisismo … troppa autostima rischia infatti di compromettere il tuo desiderio di miglioramento.

La terza è la pazienza, perché anche se sei sulla strada giusta i risultati non è detto che arrivino subito; per pazienza intendo anche la capacità di adattarsi al contesto, ad esempio io ho cambiato compagno di barca quattro volte ed in questo caso la pazienza è proprio la capacità di sapersi adattare alle diverse personalità.

Vedo ad esempio alcuni ragazzi che vincono nella categoria Juniores, poi passano di categoria e non vincendo subito si demotivano, mentre dovrebbero continuare a lavorare ed avere la pazienza di attendere i risultati, perché il contesto è cambiato e bisogna trovare il giusto adattamento.

La routine è uno dei fattori chiave nella preparazione mentale. La routine infatti, aiuta a raggiungere il massimo della concentrazione, prima della propria prestazione. Tu avevi una tua routine chiara e definita?

 Si ed ero anche molto scaramantico!

Come routine per trovare la concentrazione c’era un percorso molto ben definito da quando mi alzavo: colazione, quante ore prima andare al campo gara, riscaldamento a terra, un ora e mezza prima uscire in barca, ritornare, fare stretching fino a mezz’ora prima della gara … poi partire.

Ci sono altri fattori mentali che hai utilizzato nella tua carriera sportiva?

Si, un altro fattore, che a mio avviso è molto importante, e che io ho utilizzato molto nella mia vita sportiva è l’immaginazione.

Mentalmente immagini la gara …. io penso di aver immaginato la gara che poi ho vinto in K1 alle Olimpiadi di Atlanta nel ’96 infinite volte, andavo a letto e addirittura sognavo di salire sul podio, era un mio chiodo fisso, chiudevo gli occhi e me la immaginavo ripetutamente!

Quando sono sceso realmente a fare riscaldamento in quell’occasione, mi sembrava di aver vissuto un dejà vù.

Faccio un altro esempio dell’uso dell’immaginazione … c’era un atleta ungherese che aveva vinto nel’ 88, io mi immaginavo di essere lui, con la tuta della nazionale, mi immedesimavo nel suo stile di vita, persino nella sua camminata … credo molto nel potere dell’immaginazione. Certo non basta immaginare di ottenere dei risultati per ottenerli davvero, ma immaginarsi vincenti credo aiuti molto!

Mi racconti come vivevi il momento della gara? Non il pre o il post, ma esattamente il momento della prestazione?

Quando sei al cancelletto sei molto concentrato su come danno il via i giudici, poi quando sparano é come se rivivessi sempre quel tipo di allenamento. Il mio sport è molto matematico, sai quanti colpi devi tenere, quanta forza metterci, dove aumentare, dove distenderti col passo, quindi respirare un po’ di più e quando attaccare gli ultimi metri, quindi sei sempre molto concentrato. Ognuno dovrebbe essere focalizzato sulla propria corsia, io come punto di riferimento tenevo solo le boe e mi concentravo solo su quello.

Poi ogni tanto curavo anche altri elementi, come ad esempio ad Atlanta quando ho vinto il K1; sapevo che c’era un atleta rumeno con una barca bianca e sapevo che se gli avessi messo la punta davanti i primi 200 mt avrebbe rallentato perché era meno forte, anche di testa, quindi con l’occhio lo guardavo o meglio credevo di guardarlo! In realtà non guardavo lui, ma il catamarano che ci seguiva e che era sempre pari pari … gli ultimi 350 mt dall’arrivo mi sono girato indietro pensando “adesso o io o lui” e mi sono accorto che lui era dietro e chissà da quanto!

La mia esperienza è che durante la gara hai il pieno controllo del tuo fisico e del gesto tecnico, ad esempio io non sentivo il casino e il tifo, ero totalmente dentro la mia prestazione.

Hai mai allenato la tua testa con l’aiuto di un professionista?

In K4 abbiamo lavorato con il Prof. Vercelli ed il metodo S.F.E.R.A. soprattutto per creare una sintonia perché eravamo 4 ragazzi di 3 differenti generazioni.

Io avevo 40 anni, due ragazzi erano sui 30 e un altro sui 20, ed eravamo a punti diversi della nostra carriera e della nostra vita, io ero infatti alla mia quinta Olimpiade, mentre gli altri alla prima, questo significava entusiasmi, aspettative ed esperienze di vita diverse; ricordo che io parlavo dei miei figli e loro … assolutamente di altro!

Con il Prof. Vercelli abbiamo utilizzato visualizzazione e ipnosi per trasformare le potenziali difficoltà in punti di forza.

Devo dire che era la mia prima esperienza con la Psicologia dello Sport, a 40 anni e con alle spalle una carriera già costruita, ma mi sono messo in gioco e credo che per gli atleti di oggi sia un aspetto importante che fa parte dell’evoluzione dello sport.

E’ un po’ come l’utilizzo di strumenti come il Garmin, oggi impensabile farne a meno! Quando ho iniziato io non c’erano questi strumenti, c’era solo un cardiofrequenzimetro della Polar che misurava ogni 5 sec. per 1ora e 40 minuti e ovviamente non era scaricabile al computer, quindi io con la carta millimetrata ogni 5 sec mettevo il puntino, facevo il grafico e lo mandavo all’allenatore. Un atleta di oggi se gli fai fare una cosa del genere ti manda a quel paese, perché è normale che le cose cambino.

Un altro esempio: il nostro allenatore ci faceva contare i colpi di tutti i nostri avversari, ad esempio quanti colpi ci aveva messo ciascuno per fare 500 mt. e a quel punto facevamo il paragone tra me e loro, se io ne facevo di più e loro di meno significava che loro ci avevano messo più forza, è matematica; oggi ci sono dei software che ti danno in tempo reale i colpi di tutti quanti, e nessun atleta, stanco dall’allenamento, passa più il suo tempo a contare colpi!

Allo stesso modo siamo arrivati alla figura dello Psicologo nello Sport.

A cosa è servito in pratica l’allenamento mentale fatto in occasione del 4K?

Ci ha messo assieme, eravamo più sicuri in barca e più consapevoli: sapevamo infatti che, in ogni caso, senza guardare troppo dove eravamo posizionati rispetto agli altri equipaggi, c’era un punto preciso in cui diventavamo più forti, quindi anche se eravamo dietro sapevamo di potercela fare e questa fiducia spesso ci faceva recuperare questo gap. Senza questo lavoro nella stessa situazione ci saremmo potuti demoralizzare.

Quale messaggio vorresti dare ai ragazzi che praticano sport o che vorrebbero farlo?

Innanzitutto che fare sport è importante.

Lo sport insegna tanti valori come il rispetto delle regole e del proprio corpo, insegna a curare i particolari e ad avere degli obiettivi e lavorare duro per ottenerli. Lo sport insegna anche tante altre cose importanti come l’amicizia con gli altri atleti, l’affidarsi ai compagni o viceversa aiutarli e questo insegnamento passa attraverso il divertimento.

Il mio consiglio è quello di fare sport senza pensare né al risultato, né al ritorno economico, semplicemente inseguite i vostri sogni, non quelli dei vostri genitori e col tempo trasformate quei sogni in obiettivi da raggiungere! Nello sport questo è possibile!

 

Se vuoi conoscere i benefici del mental coaching contattami e sarò felice di fornirti tutte le informazioni sul ruolo di mental coach e sui percorsi di allenamento mentale.

 

 

Nella mente dei campioni: a tu per tu con Roberto Nani

Nella mente dei campioni: a tu per tu con Roberto Nani

Incontro Roberto Nani, atleta livignasco di sci alpino classe 1988, alla fine della stagione invernale. Tra un’analisi della stagione passata e un pensiero alla vacanza imminente ancora da programmare, Roberto si racconta attraverso alcune parole chiave. A colpirmi è soprattutto la sua determinazione: da ragazzino, senza alcuna pressione esterna, ha ben chiaro dove vuole arrivare, ed ogni ostacolo è solo un’opportunità di miglioramento.  

#TALENTO

Il talento sono delle qualità che una persona può avere. Il presupposto è che tutti hanno un talento, poi c’è chi lo scopre e lo coltiva lavorandoci sopra e chi non riesce a consapevolizzarlo. Personalmente per me è stato tutto abbastanza naturale, sin da piccolo sono sempre stato molto attivo e facevo molti sport, questo mi ha permesso di sviluppare delle caratteristiche fisiche che mi hanno agevolato e che mi hanno aiutato ad affrontare con naturalezza molti movimenti.

Per questo penso che un talento, ad esempio fisico, possono averlo tutti, il farlo diventare una buona base per qualcos’altro dipende dal modo in cui viene coltivato. Detto in atri termini, il talento di base se non coltivato non diviene vero talento, perché accanto a questo servono tanto lavoro e tanta testa. Osservando i ragazzini di diversi sci club ho notato come la base di tutto sia il divertimento. Lo è stato anche per me.

Quando facevo sci club c’era un bel gruppo con il quale facevamo molte attività anche al di fuori dello sci: tennis, calcio, nuoto … questo oltre a creare un bellissimo spirito di gruppo, mi ha permesso senza nemmeno rendermene conto, di sviluppare in un contesto di gioco e divertimento quelle qualità che mi sono poi servite una volta che sono maturato come atleta.

#PASSIONE

La passione è importantissima. C’è chi ha meno passione e comunque riesce a raggiungere i suoi traguardi, ma la vive sicuramente in modo differente rispetto a chi agisce con passione. Se hai una forte passione, sei più felice di fare quello che fai.

Credo che nel lungo termine se hai tanta passione ti pesi meno fare alcune cose; ovvio che quando lo sci diventa un lavoro la componente divertimento comunque non deve mancare, ma è normale che possano esserci dei momenti in cui la motivazione non sia sempre al massimo, ecco, se hai passione questi momenti sono più facili da superare.

#SACRIFICIO

Sacrifici ci sono sempre per chiunque vuole raggiungere i propri obiettivi.

I sacrifici sono alla base delle nostre scelte, vale per tutti gli sport e per tutti i lavori. Osservando i ragazzini mi sto rendendo conto che ce ne sono alcuni che hanno le idee chiare su dove vogliono arrivare, sono molto motivati e non hanno paura dei sacrifici. Per me è stato lo stesso.

Io arrivo da una famiglia che non ha nulla a che vedere con il mondo dello sci, mia mamma fa la commessa, mio papa il cameriere; io da piccolino giocavo a calcio e sciavo ed in entrambi gli sport avevo soddisfazioni, ma a 11/12 anni ho capito che la mia motivazione nel praticare uno sport era quella di raggiungere un sogno. Non mi bastava sciare, io volevo gareggiare come Hermann Maier, il mio idolo da bambino.

E così tra il calcio e lo sci ho scelto quest’ultimo ed è stata una mia scelta personale. Credo che questo sia importante dirlo perché quello che volevo davvero l’ho deciso io e per questo da quel momento ogni sacrificio è stato finalizzato ad un obiettivo che era solo mio, ed era ben chiaro nella mia testa.

#FALLIMENTO

Il fallimento è un passaggio che va vissuto. Personalmente lo vivo come un’esperienza che aiuta a crescere, non ne vedo il lato negativo; è un qualcosa che deve esserci per capire cosa è giusto e cosa è sbagliato. È un passaggio finalizzato al miglioramento.

#SUCCESSO

Il successo è raggiungere i propri obiettivi. Il successo può essere anche semplicemente arrivare in fondo ad una gara e non è necessariamente la vittoria; per me non esiste il binomio vincere/perdere, per me esiste dare il meglio di se stessi. Se tu arrivi ad una gara essendoti preparato al 100% e dai il meglio di te stesso, hai già vinto.

In un range da 1 a 10 quanto conta la “testa” nel tuo sport?

Tanto. Direi 7.

Quali sono secondo te le tre caratteristiche mentali fondamentali per un atleta?

Sono tante e tutte importanti a modo loro, ma se devo individuarne tre direi:

  • Determinazione
  • Consapevolezza
  • Autostima

Hai mai allenato la tua “testa” per ottenere un miglioramento della performance o superare momenti difficili?

Si. Qualche anno fa mi sono posto l’obiettivo di rendere al massimo di quello che potevo fare, perché mi ero reso conto che tutto quello che facevo, in termini di allenamento, non era sufficiente per ottenere questo risultato.

In particolare non riuscivo a gestire la mia intensità fisica e questo differenziava notevolmente la mia performance in allenamento e in gara.

Mi sono dapprima avvicinato ad alcuni libri di psicologia sportiva che mi hanno aiutato attraverso esercizi pratici a conoscermi meglio, capire davvero cosa volevo e quindi a superare delle difficoltà. Poi mi sono avvicinato anche a un mental coach.

Quali benefici hai ottenuto?

I benefici sono stati tantissimi, sia sullo sci che sulla mia vita in generale. In particolare è con la meditazione che ho trovato la maggioranza dei benefici; queste tecniche mi hanno aiutato non solo a cambiare il mio punto di vista sulle situazioni, ma anche a gestirle in modo differente, aumentando il mio senso di rilassatezza e migliorando la mia gestione emotiva. Ricordo che il cambiamento da una stagione all’altra è stato molto evidente.

Quale messaggio vorresti dare ai giovani che si vogliono avvicinare al tuo sport o che già lo praticano e hanno il sogno di arrivare in alto?

Come ho già accennato ad inizio intervista il mio consiglio è quello di fare qualsiasi sport innanzitutto perché ci si diverte. È importante capire a un certo punto quello che si vuole e da li tutto il resto si costruisce.

Scopri di più su Roberto e sulla storia sportiva

Se vuoi conoscere i benefici del mental coaching contattami e sarò felice di fornirti tutte le informazioni sul ruolo di mental coach

A tu per tu con Raffaella Brutto

A tu per tu con Raffaella Brutto

Ciao Raffella,
ci racconti un po’ chi sei e quali sono i risultati che hai raggiunto nello snowboard?

Ho partecipato alle ultime 3 olimpiadi invernali. Alle ultime sono arrivata ottava.
3 volte 6a ai mondiali.
8 podi in coppa del mondo.
6 titoli italiani.

Una ricercatrice americana, Angela Duckworth, attraverso anni di ricerche è arrivata alla conclusione che il successo in qualsiasi ambito della vita, anche quello sportivo, è dato da una componente che lei definisce grinta, ovvero sapere dove si vuole arrivare e non mollare. Si tratta quindi di una componente mentale.

La nostra chiacchierata di oggi ha l’obiettivo di entrare dentro alla mente di un campione per capire quali sono a tuo avviso i fattori che ne determinano il successo.

Iniziamo con qualche parola chiave interpretate da Raffaella Brutto.

#TALENTO

Il talento per me sono quelle doti innate che ti permettono di fare determinati movimenti con semplicità e senza allenamento.

Purtroppo ho conosciuto atleti con grande talento che però non sono riusciti a sfruttarlo perché gli mancavano tante altri doti, come ad esempio la voglia di allenarsi e la costanza.

#PASSIONE

Sono sempre stata una gran appassionata di sport.

Mia mamma mi ha cresciuto a pane e olimpiadi. Sono nata un mese prima le Olimpiadi di Calgary 88.

Sono cresciuta con il mito di Alberto Tomba. Io sono di origine genovese e con la mia famiglia ogni weekend salivamo in montagna a La Thuile per passare 2 giorni sulla neve.. poi da lì le cose si sono evolute!

#SACRIFICIO

So nella mia vita di aver sacrificato tante cose per lo sport.

Soprattutto da adolescente mi ricordo che le mie amiche dopo scuola andavano a fare shopping, mentre io andavo ad allenarmi, ma a parte quella piccola fase, in cui ho sempre avuto i miei genitori che mi spronavano da dietro, per me non è stato un sacrificio.

Quello che faccio mi piace e faccio tutto con così tanta passione, che il sacrificio non lo percepisco.

#FALLIMENTO

Ostacoli ce ne sono sempre, bisogna saperli sfruttare e trasformarli in opportunità per migliorarsi.

Gli infortuni sono pesanti, soprattutto se accadono durante una stagione agonistica, ma riesco sempre a trovare il lato positivo di ogni cosa.

#SUCCESSO

Essere chi vuoi essere. Dare il massimo per raggiungere i tuoi obiettivi.

Questo per me è il successo.

Raffaella Brutto

In un range da 1 a 10 quanto conta la “testa” nel tuo sport?

Conta tantissimo. E per tantissimi differenti aspetti.

Bisogna essere concentrati da inizio a fine, attenti ai movimenti degli altri e sempre pronto a cambiare direzione per evitare contatti.

Mi è successo in passato di aver paura di affrontare alcuni punti della pista, come ad esempio dei salti.

Non mi sentivo in grado, pensavo che il mio livello fosse troppo scarso rispetto alle richieste della pista.

Un buon lavoro mentale mi ha aiutata a superare queste difficoltà.

Oppure, dopo le correzioni video faccio sempre delle visualizzazioni per correggere subito i miei errori.

O semplicemente se parti pensando che gli altri sono più forti.. allora avrai ragione!

Quali sono secondo te le tre caratteristiche fondamentali per un atleta?

… testa, fisico, tecnica.

Hai mai allenato la tua “testa” per ottenere un miglioramento della performance o superare momenti difficili?

Si, come dicevo prima. Quello che più mi aiuta sono la respirazione, la visualizzazione e leggere libri.

Quello che mi ha dato davvero “la svolta” mentale è stato il libro “PNL è libertà”, e una frase del libro “Impara a Vincere” che cita “per vincere le grandi sfide devi essere disposto a perderle”.

E nel mio ambito la trovo piuttosto veritiera. Ringrazio la mia Mental Coach Beatrice Raso per avermi aiutata in questo percorso!

Quali benefici hai ottenuto?

Tanta consapevolezza, meno agitazione, più concentrazione. Tanta serenità.

Quale messaggio vorresti dare ai giovani che si vogliono avvicinare al tuo  sport o che già lo praticano e hanno il sogno di arrivare in alto?

Credeteci, allenatevi e non arrendetevi.

Intervista a cura della Dott.ssa Veronica Chantal Bertarini


Se anche tu come Raffaella vuoi utilizzare la mente come acceleratore delle tue potenzialità e conoscere i benefici del mental coaching, contattami e sarò felice di fornirti tutte le informazioni sul ruolo di mental coach e sui percorsi di allenamento mentale.

A tu per tu con Elisa Confortola

A tu per tu con Elisa Confortola

All rights reserved @eli_confortola

Ciao Elisa,
ci racconti un po’ chi sei e quali sono i risultati che hai raggiunto nel tuo sport?

Sono Elisa Confortola, ho 17 anni e faccio short track.

Ho iniziato a pattinare fin da quando ero piccola, ma contemporaneamente praticavo anche altri sport come sci alpino, pallavolo e nuoto; solo all’età di 12 anni ho iniziato a dedicarmi completamente al pattinaggio.

Se devo nominare il miglior risultato eseguito nella mia breve carriera, sicuramente è la medaglia d’oro vinta nei 1500m a Sarajevo agli EYOF (European Youth Olympic Games – Giochi Olimpici Europei Giovanili).

Altri risultati importanti sono un argento negli Italiani di categoria, un bronzo agli Europei di categoria in Germania e un bronzo in staffetta ai Mondiali Junior in Canada.

Una ricercatrice americana, Angela Duckworth, attraverso anni di ricerche è arrivata alla conclusione che il successo in qualsiasi ambito della vita, anche quello sportivo, è dato da una componente che lei definisce grinta, ovvero sapere dove si vuole arrivare e non mollare. Si tratta quindi di una componente mentale.

La nostra chiacchierata di oggi ha l’obiettivo di entrare dentro alla mente di un campione per capire quali sono a tuo avviso i fattori che ne determinano il successo.

Iniziamo con qualche parola chiave interpretata da Elisa Confortola.

#TALENTO

Il talento è una cosa innata, un fattore che solo poche persone hanno.

Quella cosa che, a parità di forza, fa spiccare colui che lo possiede.

Il talento però va allenamento assiduamente, da solo non porta da nessuna parte.

Personalmente penso di avere dal talento nello sport che pratico, ma la costanza e la voglia di migliorarsi sono una parte fondamentale per lo sviluppo di questa forza innata.

#PASSIONE

La mia passione è iniziata da bambina, all’età di 6 anni.

All’inizio il pattinaggio per me era più come una sorta di gioco, un ritrovo con i miei amici e uno svago.

Andando avanti negli anni però è diventato sempre più una parte essenziale della mia routine e della mia vita in generale.

Per fortuna i miei compagni di squadra e amici hanno contribuito a fare diventare questa mia passione sempre più importante.

#SACRIFICIO

Per me il sacrificio è una componente essenziale nella vita di ogni giovane atleta.

Il sacrificio si può riconoscere in tante piccole azioni come il mangiare bene, la voglia di migliorarsi ecc.

Senza sacrificio non si può pretendere di arrivare in alto.

#FALLIMENTO

L’ostacolo più grande che ho affrontato nella mia carriera è stata l’assenza della testa, l’assenza dell’autostima giusta per credere in me stessa e nelle mie potenzialità.

Mi sono trovata a dover affrontare gare entrando in pista pensando già di non potercela fare.

#SUCCESSO

Per la maggior parte delle persone è sinonimo di vittoria ma non è sempre così.

Successo significa aver dato il meglio di se stessi, uscire dalla pista e poter dire: “Sono sfinita ma so di aver dato tutto quello che avevo, ma sono soddisfatta!”

Il successo può corrispondere allora alla vittoria ma prima di tutto è essere orgogliosi della propria prestazione.

Elisa Confortola All rights reserved @eli_confortola

In un range da 1 a 10 quanto conta la “testa” nel tuo sport?

Nel mio sport la testa è fondamentale e penso che su una scala da 1 a 10 conti 15!!

In uno sport ricco di variabili ed incertezze come lo short track essere lucidi, non farsi prendere dal panico e sapere sfruttare il momento giusto è il segreto della prestazione vincente.

Importanti sono anche i pensieri e gli atteggiamenti che si hanno durante tutta la gara, basta un pensiero negativo e la gara è finita. Andata.

È importante, quindi, avere accanto una persona che sappia insegnare e aiutare a gestire certi comportamenti e atteggiamenti sbagliati e negativi che peggiorano le performance.

Quali sono secondo te le tre caratteristiche mentali fondamentali per un atleta?

Secondo me le caratteristiche fondamentali per un atleta nel campo psicologico sono la concentrazione, la grinta e il non mollare mai.

Esila Confortola - All rights reserved @eli_confortola

Elisa Confortola – All rights reserved @eli_confortola

Hai mai allenato la tua “testa” per ottenere un miglioramento della performance o superare momenti difficili?

Si ho allenato la testa per cercare di migliorare le mie prestazioni sportive, ma soprattutto per superare un momento di crisi. Il percorso che ho intrapreso è iniziato solo in un momento difficile a fine stagione ed è durato poco tempo.

Quali benefici hai ottenuto?

Per la sua breve durata però posso dire di aver appreso poche, ma utili tecniche per calmarmi e alcuni allenamenti per aumentare la concentrazione.

Questo percorso mi è stato utile per la vita di tutti i giorni e non sono per lo sport.

Quale messaggio vorresti dare ai giovani che si vogliono avvicinare al tuo sport o che già lo praticano e hanno il sogno di arrivare in alto?

Un consiglio che posso dare a tutti gli sportivi è: “Non mollate mai, davvero! Sarà difficile, sembrerà impossibile fa parte della nostra crescita fisica e psicologica”. Se ti piace praticare quello sport continua a farlo, non arrenderti. Pensa a tutti i momenti felice e ai tuoi risultati, focalizzati su quello e non mollare davanti a una difficoltà.

Intervista a cura della Dott.ssa Veronica Chantal Bertarini


Se anche tu come Elisa vuoi utilizzare la mente come acceleratore delle tue potenzialità e conoscere i benefici del mental coaching, contattami e sarò felice di fornirti tutte le informazioni sul ruolo di mental coach e sui percorsi di allenamento mentale.