COME SI SUPERANO I LIMITI?

COME SI SUPERANO I LIMITI?

Il limite: significato

Per prima cosa guardiamo al significato etimologico del termine limite. Esso deriva da due differenti sostantivi latini, ossia limes, limitis e limen, liminis.
Il primo assume un’accezione negativa di confine, che costituisce per l’uomo una barriera invalicabile; al contrario, il secondo ha il valore di soglia, rappresentando per l’uomo passaggio, un’apertura verso nuovi orizzonti.

Partendo dall’etimologia possiamo vedere come nella cultura greca, al contrario della nostra, il limite aveva lo scopo di delineare il conosciuto dal non conosciuto e tale limite non andava valicato.

Vi ricordate Ulisse che venne punito per la sua intenzione di oltrepassare il confine del mondo conosciuto? Questo perché nel passato il limite provocava perlopiù paura.

E oggi? Oggi il limite ha assunto più la seconda accezione, quella di apertura; l’uomo è teso verso il superamento del limite e prova il desiderio di andare oltre. Questo si riflette anche nei contesti sportivi, dove spesso la tensione dell’atleta è al superamento del limite, proprio o altrui.

Cosa è un limite? E soprattutto come si supera?

I limiti possono essere relativi o assoluti.

Il limite relativo è quello che riguarda noi stessi e le nostre potenzialità, mentre il limite assoluto è dove l’uomo può arrivare. Quest’ultimo limite è molto difficile da individuare, tant’è che in campo sportivo ad esempio, oggi vengono raggiunti limiti fino a pochi anni fa impensabili!

Nel superamento di un limite i fattori psicologici giocano un ruolo chiave; se pensiamo al mondo sportivo spesso accade che un record non venga superato per decine di anni, poi viene superato ed ecco che subito dopo un altro atleta supera il nuovo limite. Come mai accade questo se l’asticella si è ulteriormente alzata? Appare chiaro che la mente gioca un ruolo chiave e che a volte pensare che una cosa sia possibile, la rende possibile!

Molto spesso i limiti sono nella nostra mente più che nel nostro fisico.

Vediamo allora quali sono alcuni dei punti chiave mentali che servono per provare a superare i propri limiti:

Pensiero Positivo

L’ho già anticipato, ma è bene ribadirlo. Credere di potercela fare è assolutamente fondamentale per farcela realmente! Pensare positivo non significa affatto non vedere gli ostacoli o sottostimarli, la positività sana, infatti, è quella che si base sul realismo; vedo l’ostacolo ma invece di pensare alla difficoltà la mia mente si proietta già verso la soluzione della stessa.

Consapevolezza

Supera i propri limiti chi è consapevole dei propri limiti.

L’inconsapevole, rischia di essere un incosciente e se ci proiettiamo in un contesto di sport estremi, quali l’alpinismo, capiamo bene che, in certe situazioni, essere consapevoli dei propri limiti ha a che fare con il non mettere a rischio la propria vita.

Leggendo il libro “Il cacciatore di 8000. La mia sfida alle montagne più alte del mondo” dell’alpinista Marco Confortola, questo concetto, con parole diverse, è presente in più passaggi, poiché non importa quanti anni ti sei preparato a quella spedizione, se il fattore di rischio diventa troppo elevato, anche a poche centinaia di metri dalla vetta, bisogna sapersi fermare. Per fare questa scelta, capite bene, come sia fondamentale essere estremamente consapevoli dei propri limiti!

E’ chiaro che in questo caso stiamo parlando di un contesto estremo dove in gioco c’è la vita stessa, ma per superare i propri limiti è sempre importante conoscerli, anche in situazioni dove il fattore rischio è decisamente più basso.

Creatività

Ricordate il problema dei 9 punti nel quale ci viene richiesto  di unire 9 punti con 4 linee senza staccare la penna dal foglio?

Ve lo ripropongo qui con la soluzione per mostravi come, per riuscire a risolvere tale gioco, sia necessario “uscire dagli schemi” imposti dalla nostra mente.

Vale lo stesso anche nel superamento del limite. Il pensiero laterale, termine coniato dallo psicologo maltese Edward De Bono, è una modalità di risoluzione di problemi logici che prevede l’osservazione del problema da diverse angolazioni ed è alla base della creatività. È ciò che ci serve sviluppare per imparare a vedere oltre, per riuscire a trovare le soluzioni anche quando queste non sono presenti negli schemi convenzionali e può essere allenato.

Superare la paura dell’errore

“Non importa quante volte ti sbagli o con quanta lentezza avanzi, continui ad essere di gran lunga più avanti di chi non ci prova.” – Anthony Robbins

Per chi desidera superare i propri limiti, errore non è fallimento, bensì parte di un inevitabile processo verso il successo. L’errore è fondamentale per capire come fare diversamente la volta successivo, l’errore è la base del miglioramento della nostra strategia. L’errore non è mai un fallimento, nemmeno quando ci impedisce di conquistare un 8.000 a poche centinaia di metri dalla vetta, nemmeno se questo comporta poterci riprovare dopo anni!

Il modo in cui vediamo e interpretiamo ciò che non va, fa realmente la differenza tra chi si arrende e chi non demorde. Ecco perché la resilienza è una delle caratteristiche chiave di coloro che superano i propri limiti relativi!

Motivazione

La motivazione è il motore, niente di tutto ciò che ci siamo detti sarebbe possibile senza motivazione! La motivazione è quella forza che risponde alla domanda “Perché lo fai?”. Ognuno ha la propria anche quando si affrontano sfide simili.

Essere realmente consapevoli della propria motivazione è fondamentale per ricordarla nei momenti di difficoltà e credetemi che, a volte, non è affatto scontata. Conoscerla è altresì importante per non rischiare di inseguire il limite all’infinito e per investire tutta la nostra energia in limiti che, una volta superati, ci possono far sentire realmente bene poiché rispondono ai nostri reali bisogni.

Ognuno di questi punti può essere allenato e potenziato attraverso un percorso di Mental Training, favorendo la riuscita del raggiungimento del proprio obiettivo di superamento del limite, qualunque esso sia! 

 

 

ALLENARSI CON LA MENTE: LE TECNICHE DI VISUALIZZAZIONE

ALLENARSI CON LA MENTE: LE TECNICHE DI VISUALIZZAZIONE

Come fare a continuare ad allenare i gesti specifici del proprio sport quando non siamo sul campo? Come poter allenare un tiro libero a pallacanestro, un rovescio a tennis o una schiacciata a pallavolo solo con la nostra mente?

La risposta risiede nell’uso di quelle tecniche che vengono definite di visualizzazione.

Allenarsi con la mente infatti è possibile e lo sanno bene i grandi atleti che utilizzano queste tecniche proprio per allenarsi, quando ad esempio a causa di un infortunio, devono stare lontani dal campo di gioco.

Di fatto la tecnica di visualizzazione corrisponde all’immersione totale dentro all’esperienza sportiva completa dell’insieme di tutte le sensazioni: vista, olfatto, udito, tatto, gusto e sensazioni cinestesiche. Detto in altri termini, non si tratta semplicemente di immaginare una situazione, bensì di viverla con tutti i sensi, esattamente come accade quando sogniamo. I sogni infatti, non sono reali, ma suscitano in noi risposte fisiche ed emotive assolutamente reali; ed è questo ciò che dobbiamo fare con le visualizzazioni.

La nostra mente non distingue una situazione immaginata da una realmente vissuta ed ecco perché la visualizzazione risulta essere un esercizio potentissimo per allenare e migliorare la propria prestazione. Quello che avviene nella visualizzazione è l’attivazione di alcune aree cerebrali, che sono le medesime che si attivano quando quella situazione la viviamo realmente.

Le visualizzazioni possono avere obiettivi differenti, oggi però poniamo l’accento su quello che viene definito allenamento ideomotorio, ovvero quando attraverso la visualizzazione alleniamo uno specifico gesto tecnico completo dell’insieme di sensazioni cinestesiche e visuo/percettive.

Ripetere nella mente quel gesto mi aiuta a interiorizzarlo e quando mi ritroverò a farlo realmente la sensazione sarà quella di un deja vu.

Ma come si fa una visualizzazione? Segui alcuni semplici passi.

  1. Il primo passo è quello di chiudere gli occhi, concentrarsi sul proprio respiro e lasciare che il proprio corpo e la propria mente trovino uno spazio di completo rilassamento;
  2. Ricorda che l’immaginazione è multisensoriale, deve impegnare non soltanto il senso visivo, ma anche il senso uditivo, olfattivo, tattile e cinestetico. Più riusciremo a rendere l’immagine completa e fedele alla realtà, maggiori saranno i risultati;
  3. Ci si può visualizzare sia dall’esterno (come se ci vedessimo in un filmato) che dall’interno: la visualizzazione più efficace è quella in cui ci si vede dall’interno (rispecchia meglio la condizione reale);
  4. La persona deve essere in grado, dopo poche settimane, di controllare ciò che visualizza durante le sessioni pratiche: è importante riuscire a non distrarsi durante gli esercizi;
  5. Per ottenere dei buoni risultati il soggetto dovrà allenarsi mentalmente a visualizzare quotidianamente.

Ricorda che visualizzare non è semplice e richiede allenamento, tuttavia la visualizzazione è una tecnica molto potente che può realmente aiutarti a migliorare la tua performance

 

 

 

 

 

 

JUST BREATH

JUST BREATH

Il respiro: il nostro miglior alleato nella gestione di ansia e stress

Quanto tempo puoi resistere senza respirare? La risposta a questa semplice domanda ti fa già comprendere quanto il respiro sia importante, ma c’è molto di più; esso infatti è strettamente correlato ai nostri stati emotivi e la capacità di controllarlo porta ad innumerevoli benefici fisici e mentali.

La respirazione infatti è una funzione così importante per il nostro corpo che agendo su di essa possiamo riuscire a controllare anche il nostro stato psico-fisico!

VERSO UNA RESPIRAZIONE CONSAPEVOLE

La respirazione è la nostra principale fonte di energia in quanto attraverso di essa apportiamo ossigeno al nostro corpo ed espelliamo le sostanze tossiche che abbiamo prodotto. Sia il corpo sia la mente, per ben funzionare, hanno bisogno di un apporto continuo e regolare di ossigeno, ma purtroppo la maggior parte di noi utilizza soltanto un terzo delle reali capacità respiratorie a disposizione.

Inoltre è importante sapere che il respiro è strettamente correlato al nostro stato emotivo: una respirazione profonda indica una situazione di equilibrio in cui l’individuo si relaziona al mondo esterno senza paure o angosce, mentre tensioni emotive sono spesso associate a ad un respiro accorciato.

Nella maggior parte della giornata respiriamo in modo involontario, ma è bene sapere che imparare a gestire il proprio respiro è il primo passo per imparare a gestire le nostre emozioni.

Detto in altri termini, se vogliamo possiamo scegliere di controllare il nostro respiro: possiamo regolare il ritmo, l’ampiezza e la durata di ogni nostro respiro e così facendo passiamo da un’azione involontaria a una respirazione consapevole.

IL DIAFRAMMA: UN PRIMO SEMPLICE ESERCIZIO

Imparare a respirare con il diaframma ha un effetto immediato sul nostro stato psico-fisico e ci aiuta a provare una sensazione di rilassamento e tranquillità.

Non è un caso che spesso le persone che soffrono di ansia e stress hanno il diaframma bloccato, il che impedisce loro di aver un respiro profondo e di accedere ad uno stato di rilassamento.

Come imparare la respirazione diaframmatica? Vediamo un primo semplice esercizio.

Sdraiati supini, gambe piegate e piedi distanti tra loro una ventina di cm.

Mettete una mano sulla pancia e l’altra sul petto.

Respirate in modo naturale e osservate il vostro respiro senza alcun giudizio.

Durante la sessione il vostro obiettivo è quello di provare a “spostare” il vostro respiro dal petto alla pancia. Un buon modo può essere quello di immaginare di avere un palloncino che si gonfia e sgonfia nella vostra pancia …

A fine sessione la mano sul petto dovrà essere ferma, mentre quella sulla pancia dovrà seguire il flusso naturale del vostro respiro, muovendosi con esso.

Non demordete se non riuscite subito! Come in tutte le pratiche è necessario esercitarsi quotidianamente. Bastano pochi minuti al giorni per imparare a controllare la vostra respirazione e ottenere i benefici psico-fisici della respirazione controllata.

ALCUNI DEI BENEFICI DELLA RESPIRAZIONE CONTROLLATA

  • Migliore ossigenazione del sangue
  • Migliore digestione
  • Diminuzione della tensione fisica
  • Miglioramento della postura
  • Migliore qualità del sonno
  • Maggior rilassamento fisico e mentale
  • Maggior capacità di concentrazione

La pratica costante della respirazione consapevole aiuta la persona a gestire al meglio i  propri stati emotivi e consente una riduzione dell’ansia e dello stress.

 

LA LEADERSHIP DELL’ALLENATORE: STILI A CONFRONTO

LA LEADERSHIP DELL’ALLENATORE: STILI A CONFRONTO

Quando un allenatore è un buon leader? Esiste un modello univoco di leadership che funziona a prescindere dalla squadra e dal contesto di riferimento?

Proviamo a rispondere a queste domande analizzando il ruolo dell’allenatore e alcune teorie sugli stili di leadership.

Un allenatore è chiamato a svolgere alcuni compiti che possono essere riassunti in alcuni verbi chiave: dirigere, decidere, organizzare, pianificare, istruire, formare, sviluppare, supportare, motivare, valutare.

Il modo in cui tali compiti vengono svolti dall’allenatore è influenzato dal suo stile di leadership, che a sua volta è correlato alle sue caratteristiche di personalità e alle sue esperienze pregresse.

Un grande allenatore deve essere lui stesso leader, ma deve crea­re altri leader che in campo ri­producono idee, valori, carat­tere. Gianluca Vialli.

A questo punto la domanda sorge spontanea: lo stile di leadership può essere modificato? Ad esempio, un allenatore con uno stile autoritario può esercitare uno stile di leadership differente?

 

A mio avviso la verità sta nel mezzo perché se partiamo dal presupposto che lo stile di leadership è influenzato dalle caratteristiche di personalità il nostro allenatore avrà sempre uno stile di leadership che gli calza a pennello, ma allo stesso tempo se riuscirà a mettersi in discussione e ad accettare che quello specifico tipo di leadership non è sempre funzionale, potrà adottare a livello comportamentale altri stili al fine di raggiungere gli obiettivi che si è posto per la squadra.

La premessa è che un allenatore dovrebbe essere scelto a condurre una squadra, non solo in funzione delle sue competenze tecniche, ma anche per il suo stile di leadership poiché questo può risultare adatto ad una squadra con determinate caratteristiche, ma non esserlo affatto per un’altra squadra con caratteristiche differenti.

Detto ciò, un buon leader è colui che è in grado di modificare il proprio stile di leadership in funzione dell’esigenza contingente e in funzione degli obiettivi da raggiungere.

 

Nella psicologia sportiva un modello per meglio conoscere la leadership della squadra è quello messo a punto da Chelladurai; questo modello mette in relazione le caratteristiche del contesto sportivo, le caratteristiche dell’allenatore, le caratteristiche dei membri della squadra, il comportamento dell’allenatore (richiesto, reale e preferito), l’influenza esercitata sul gruppo e la performance.

Ne consegue che la performance e la soddisfazione dei membri del gruppo dipendono dal grado di congruenza tra:

  • comportamento richiesto (dal contesto)
  • comportamento reale del leader (percezione)
  • comportamento preferito dal gruppo (desiderato)

 

Questo significa che se i comportamenti dell’allenatore si incrociano con le preferenze espresse dagli atleti ed ai bisogni del contesto sportivo in cui lavora, migliori saranno la performance e la soddisfazione della squadra.

E’ possibile analizzare la congruenza tra questi elementi grazie al Leadership Scale for Sport (Chelladurai & Saleh, 1980).

Spostiamoci per un attimo dalla psicologia dello sport al mondo delle organizzazioni.

Voglio infatti parlarvi di un altro modello che trova facile applicazione anche nel mondo della psicologia dello sport, ovvero il modello della Leadership Situazionaleuna teoria degli anni ’70 di Hersey e Blanchard, che afferma che non esiste un solo stile di leadership efficace, ma il Leader deve saper adottare uno stile diverso a seconda della competenza e della motivazione delle persone da mobilitare, per poi decidere con quali strumenti lavorare.

Secondo tale modello un buon leader non solo deve adottare stili di leadership differenti se si trova a gestire persone differenti, ma anche con la medesima persona lo stile richiesto potrebbe essere differente al variare della situazione.

Vediamo insieme in sintesi il modello della leadership situazionale:

S1 PRESCRIVERE

Questo stile caratterizza il leader che ha un alto orientamento ai compiti e basso orientamento alle relazioni. La comunicazione è unidirezionale, le decisioni sono prese dal leader e sono poi condivise.

I giocatori hanno bisogno di direzione e controllo per iniziare; non hanno sviluppato le competenze adeguate e soprattutto l’autonomia, ma sono entusiasti e impegnati.

Questa leadership, definita direttiva risulta funzionale quando una squadra è neo-costituita oppure è composta da giocatori giovani e con poca esperienza; risulta altresì funzionale quando ci si trova a dover prendere molte decisioni su questioni delle quali si ha maturata una certa esperienza e quando ci si trova a gestire situazioni di emergenza.

S2 – VENDERE

In questo stile di leadership il capo è orientato sia ai compiti che alle relazioni. Definisce ancora i ruoli e le mansioni, ma cerca idee e suggerimenti dai suoi collaboratori. Le decisioni rimangono in mano al leader, ma la comunicazione è molto più bidirezionale.

I componenti del team hanno una certa competenza ma sono ancora relativamente inesperti, hanno bisogno di supporto ed elogi per accrescere la loro autostima.

Questo stile di leadership che possiamo definire consultiva è particolarmente prezioso quando il leader ha bisogno di prendere in considerazione i punti di vista degli altri, ma la decisione definitiva deve restare a lui. È uno stile che è importante impiegare quando il livello di conoscenza e di comprensione dei contesti che hanno i membri del gruppo è ancora in fase di sviluppo.

S3 – COINVOLGERE

Il leader in questo stile mostra basso orientamento ai compiti e alto orientamento alle relazioni. Passa ai collaboratori le decisioni quotidiane. Il leader facilita e partecipa alle decisioni, ma il controllo spetta direttamente ai suoi giocatori.

I giocatori sono competenti, ma un supporto è necessario per sostenere la loro sicurezza.

Questo stile di leadership consensuale si rivela particolarmente utile quando il leader lavora con un gruppo esperto ed è necessario agire attraverso l’influenza piuttosto che con l’autorità.

S4 – DELEGARE

Il leader è coinvolto nelle decisioni e nella risoluzione dei problemi, ma il controllo è totalmente nelle mani dei giocatori.

Il team ha sia competenze notevoli che un forte senso di maturità ed impegno. I suoi componenti sono in grado di lavorare su un progetto da soli con poco controllo e poco supporto e per questo parliamo di leadership delegativa.

Attenzione che lo stile di leadership più funzionale non è solo in funzione del tipo di squadra che mi trovo ad allenare, ma anche in funzione del compito specifico che la squadra deve affrontare. Questo significa che con la medesima squadra, in situazioni e per compiti differenti, un buon leader è colui che è in grado di esercitare i diversi stili di leadership.

Esistono delle caratteristiche che un buon leader dovrebbe avere e che sono trasversali allo stile che adotta?

Direi di si e a mio avviso, ancora una volta, hanno molto a che vedere con le competenze manageriali che si insegnano in azienda ai manager. Vediamo le principali:

  1. Essere responsabili
  2. Creare una cultura di team (mission, valori, spirito di squadra)
  3. Agire una comunicazione diretta, chiara ed efficace
  4. Criticare in privato e lodare in pubblico
  5. Criticare il comportamento del giocatore, non il giocatore
  6. Sapersi mettere in discussione
  7. Essere da esempio dei valori che si vogliono trasmettere.

 

Uno psicologo dello Sport lavora con gli allenatori al fine di potenziare le loro competenze di leadership, con un conseguente miglioramento della performance della squadra ed un maggior benessere dei giocatori.

Sei un allenatore e vuoi saperne di più? Contattami.

 

 

“Giir di Mont”: come allenare la propria mente ad una gara di endurance

“Giir di Mont”: come allenare la propria mente ad una gara di endurance

Immagine online del sito www.giirdimont.it

Tra poche settimane e più precisamente domenica 28 luglio, sulle nostre montagne si disputerà una delle più importanti Mountain Race del nostro territorio; con partenza da Premana il “Giir DI Mont” vedrà gli atleti impegnati in 32 km con un dislivello positivo pari a 2.400 m.

Tanti gli agonisti che in questi anni hanno affrontato la gara, molti anche gli iscritti amatoriali, e se la preparazione fisica è fondamentale per chiunque, non è da meno nemmeno quella mentale, perché 32 km di corsa in montagna si affrontano con il fisico, la testa e un’armonia tra questi due elementi.

Gli sport di endurance si caratterizzano per la lunghezza delle gare e quindi per la resistenza fisica richiesta all’atleta, che comporta la sopportazione mentale della fatica e del dolore, la gestione delle crisi metaboliche, la capacità di non mollare… e siamo solo all’inizio!

Immagine online del sito http://www.aspremana.it

 

Molte sono quindi le caratteristiche mentali che contano nella conduzione di una gara a lungo kilometraggio e ad alta intensità, ma quali sono i fattori mentali che maggiormente entrano in gioco negli sport di endurance?

E soprattutto, come possiamo allenare la nostra mente per raggiungere la peak performance

In questo articolo ho scelto di parlarvi di 4 fattori mentali che sono fondamentali nelle gare di endurance:

Connessione mente&corpo

Negli sport di endurance è fondamentale creare un dialogo positivo e circolare tra la mente e il corpo, i quali devono diventare dei veri alleati nell’affrontare la fatica ed i limiti

La fatica, infatti, non è solo fisiologica, ma è mediata dalla nostra percezione: numerosi gli studi che evidenziano come il limite ultimo all’ “exercise tolerance” nell’endurance non è nei muscoli, ma nella mente, in particolare in quella componente che viene definita “perception of effort” ovvero la percezione dello sforzo (Marcora, 2010).  Il limite mentale sopraggiunge quindi molto prima di quello fisico e quando iniziamo a ripeterci di non farcela più, probabilmente abbiamo ancora circa il 40% di benzina fisica da poter sfruttare.

Il self talk, ovvero il dialogo interno positivo, la visualizzazione e la mindfulness sono tutte tecniche di allenamento mentale che, un volta interiorizzate, possono esserci molto utili per lavorare sulla sintonia mente-corpo, sulla percezione della fatica e sulla gestione del limite.

Durezza Mentale

La durezza mentale è un “concetto multifattoriale che comprende la capacità mentale di recuperare dopo sconfitte ed errori, l’abilità di controllare la tensione agonistica, la capacità di mantenere l’attenzione per periodi di tempo prolungati, il livello di autostima e il grado di coinvolgimento e impegno nel sopportare la fatica e raggiungere i propri obiettivi” (Goldberg, 2000).

Si tratta quindi di un concetto articolato che sottende molteplici attitudini mentali. In un percorso di mental training la fase iniziale, definita di assessment, ci permette di somministrare all’atleta un questionario sulla durezza mentale, che aiuta ad evidenziare punti di forza e aree di miglioramento nelle aree sopracitate; il risultato è un quadro d’insieme dell’atleta che funge da bussola per iniziare a lavorare sulle sue specifiche esigenze al fine di potenziare le aree che risultano più deboli.

Resilienza

La Resilienza è “la capacità di resistere alle frustrazioni, allo stress ed alle difficoltà della vita fronteggiando efficacemente gli eventi critici e reagendo in modo positivo” (Trabucchi, 2000). Si tratta di una componente chiave negli sport di endurance, in quanto aiuta a reagire in modo proattivo e positivo agli imprevisti e alle difficoltà.

L’atleta resiliente è in grado di leggere in chiave positiva i feedback interni ed esterni e conseguentemente pronto a modificare i propri obiettivi e la propria strategia di gara per ottenere la miglior prestazione possibile.

Una buona strategia mentale è quella di analizzare le prestazioni passate focalizzandosi su come si sono gestiti imprevisti, ostacoli e fallimenti; a questo punto è utile operare una “ristrutturazione cognitiva”  che consiste nell’immaginare e far propria una gestione differente e più funzionale. Il processo può essere rafforzato con la tecnica della visualizzazione.

Autoefficacia

Nella Psicologia dello Sport l’autoefficacia viene individuata come uno dei principali predittori del successo sportivo e può essere definita come un meccanismo cognitivo che media la motivazione, la perseveranza, l’attivazione emotiva e il comportamento (Bandura, 2001).

Questo meccanismo incide notevolmente sulla percezione che l’atleta ha delle proprie potenzialità e sul modo in cui affronta gli eventi stressogeni, aumentando o diminuendo la possibilità di raggiungere il successo nell’esecuzione di un compito e di una competizione sportiva (Cesare Picco, 2017).

Nei momenti di difficoltà che si incontrano durante una gara di endurance avere una buona autoefficacia può decisamente fare la differenza!/strong>

Anche in questo caso come nei precedenti è possibile lavorare con l’atleta attraverso tecniche quali il self talk e la visualizzazione.

Oltre a questi ingredienti non dimenticate la capacità di porsi obiettivi sfidanti, ma allineati alle proprie potenzialità, fondamentale per mantenere alta la motivazione!

Detto tutto questo, non mi resta che augurarvi buona gara e vedervi presto tagliare il traguardo!

La tecnica del self talk: costruire un dialogo interno positivo

La tecnica del self talk: costruire un dialogo interno positivo

In ambito sportivo, i pensieri che spuntano alla mente possono influenzare positivamente o negativamente la prestazione. E’ quindi opportuno tenere sotto controllo e monitorare il dialogo che l’atleta si rivolge. I pensieri negativi sono disfunzionali, ovvero compromettono l’esito e il raggiungimento degli obiettivi, abbassano la soglia dell’attenzione, aumentano la focalizzazione su stimoli distraenti o irrilevanti, possono provocare un’alterazione dell’umore e indurre confusione.

Il fulcro del self talk sta nella focalizzazione sui pensieri positivi e sugli obiettivi, in modo che essi portino al comportamento desiderato. La tecnica consiste nello sviluppo di affermazioni, incoraggiamenti, brevi istruzioni, parole chiave e frasi stimolanti, da ripetere a se stessi, al fine di sostituire eventuali pensieri negativi con stimoli positivi e rinforzanti. 

Alcuni esempi di pensieri disfunzionali, che potrebbero influenzare negativamente la prestazione, potrebbero essere frasi del tipo “ho commesso troppi errori”, “ho paura” “sono agitato”, ”ormai è finita, è tutto inutile”, ”il mio avversario è più forte, non riuscirò a batterlo”, ”non mi sono allenato a sufficienza”, “non ce la faccio” e così via.

QUESTI PENSIERI VANNO SOSTITUITI CON PENSIERI POSITIVI!

SELF TALK

Frasi positive che possono sostituire le precedenti sono invece “posso farcela”,  “devo restare concentrato”, “respira”, “ vale la pena di tentare”, “mi sono allenato per questo, sono pronto”, ecc..

Quello che caratterizza un Self Talk efficace è la quasi totale assenza della parola NON nella formulazione delle frasi: “Devo concentrarmi” risulta molto più funzionale di “Non devo distrarmi”. Questo perché il nostro cervello fatica a elaborare il “non”, se io ora vi chiedessi di NON pensare ad un elefante rosa, sono certa che tutti lo avete visto nella vostra mente!

Monitorando e dirigendo il pensiero verso stimoli positivi si orienta il focus attentivo e la concentrazione su parti rilevanti dell’allenamento e/o della gara; in questo modo vengono attivate le giuste risorse a disposizione dell’atleta che riesce a mettere in gioco la sua prestazione ottimale.

Ricordate sempre che la nostra attenzione è selettiva, ovvero se mi concentro su un elemento non ci sarà spazio per altro nella mia testa, per questo prima di una gara è importante usare il pensiero positivo per avere fiducia in se stessi e nelle proprie capacità!